Francesco Guccini si è spento il 6 luglio, a Pavana, un piccolo borgo dell' Appennino tosco- emiliano, circondato dall' affetto della moglie Raffaella e della figlia Teresa. Così, in modo intimo e composto, la famiglia ha annunciato la scomparsa di un cantautore, che è difficile ignorare. Un po' per la grande popolarità, un po' perché è stato simbolo di un' epoca e di più generazioni, ed anche, soprattutto, per le parole. Più che musicalmente, di Guccini queste ultime hanno probabilmente colpito, o, in alcuni casi, i versi, poiché giustamente alcune sue canzoni possono richiamare la lirica.
In via Paolo Fabbri 43 adesso la gente depone mazzi di fiori. Difficile dimenticarsi di questo indirizzo, come di altri titoli, "Radici", il suo quarto album pubblicato nel 1972. E in questo possiamo forse trovare risposta a alcune domande: il Guccini politico, il Guccini anarchico, il Guccini...nella sua "L' Avvelenata" aveva già anticipato alcune risposte. Proprio in questa sorta di franchezza ruvida, forse, troviamo effettivamente qualcosa delle nostre radici contadine, che sono quelle da lui descritte, ma un po', in fondo, di tutti. Nella sua vena più autentica, nella ricerca di un linguaggio diretto non privo di influssi dialettali, nel cantare dei vinti della storia, dei figli del popolo, del legame con la terra e con i luoghi, alcuni versi, appunto, rimarranno. In una locomotiva lanciata a bomba contro l'ingiustizia, in un Amerigo con un cinto d'ernia che sembrava una pistola, in un' amica incontrata lungo le scale, nella bambina che guarda l' Atlantico infinito di fronte, e vi percepisce il senso inesplicabile dell' esistenza.











