È morto Francesco Guccini, tra i più importanti cantautori della storia della musica italiana. A darne la notizia è stata la famiglia: «Questa mattina, a Pavana, circondato dall'affetto della moglie Raffaella, della figlia Teresa e dei familiari si è spento, a 86 anni, Francesco Guccini. Nel rispetto delle sue volontà - le esequie si svolgeranno nei prossimi giorni e in forma strettamente privata. La famiglia, nel chiedere che questo momento di dolore possa essere vissuto nella più stretta intimità, ringrazia anticipatamente tutti coloro che si uniranno al suo lutto con affetto, discrezione e rispetto. Per permettere, a chi lo ha amato, di ricordarlo e di salutarlo, verrà organizzata una cerimonia commemorativa nel mese di settembre».Guccini è stato il cantastorie principe della canzone d'autore, saldamente ancorato alle proprie matrici culturali e con una vocazione da poeta, con brani entrati nella memoria collettiva che sono espressione di impegno politico e sociale oltre che artistico: Francesco Guccini, che ha reso immortali versi come «Lunga e dritta correva la strada» o «Ma s'io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto». Il cantautore emiliano lascia un patrimonio di canzoni che ha trovato interlocutori in tutte le generazioni in quasi 60 anni: da La locomotiva a Il vecchio e il bambino, da Vedi cara a Eskimo, da L'avvelenata a Canzone delle osterie di fuori porta, passando per Autogrill, Piccola città, Auschwitz e Canzone per un'amica, per citarne alcune. Per assistere a un concerto di Francesco Guccini accorrevano ogni volta in migliaia, uno spettacolo dove non esisteva alcun effetto scenico, dove l'unica cosa che contava era il rapporto che si stabiliva fra pubblico e l'interprete, accompagnato solo dalla sua chitarra.Tuttavia Guccini non è stato solo cantautore: «Non scrivo più canzoni, ora scrivo libri». Era il 2020 quando in occasione di Pordenonelegge pronunciò questa frase. Paroliere lo è sempre stato – e pezzi come Canzone per Silvia (brano di impegno civile dedicato all’attivista italiana Silvia Baraldini, condannata negli Stati Uniti a una lunghissima pena detentiva), o come Vorrei, Canzone di notte, Don Chisciotte, ne sono un esempio lampante per lessico e capacità narrativa – ma scrittore vero e proprio lo è diventato nel 1989, esordendo con l’autobiografico Cròniche epafàniche (Feltrinelli), il suo primo romanzo sulle radici pavanesi. Da lì in poi non ha mai più fermato la sua penna, spaziando prolificamente anche tra generi diversi, dal noir al racconto, passando per la saggistica.Nel 2020 è stato finalista al Premio Campiello, con Tralummescuro – Ballata per un paese al tramonto (Giunti), al centro del quale la parola chiave è senza ombra di dubbio la già citata “radici”, anche titolo di uno dei suoi primi album e rappresentativa delle sue storie, dei suoi paesaggi, dei contesti appenninici che ha saputo raccontare, evocandone tempi andati, sguardi di artigiani, frutti della terra, e una nostalgia di fondo per le piccole grandi cose umane.Tra gli altri libri da ricordare, certamente vanno citati Vacca d’un cane (Feltrinelli) e Icaro (Mondadori), ma anche Dizionario delle cose perdute (Mondadori) e i libri di racconti, dove tornano temi cari a Guccini come le osterie, il dopoguerra, la montagna, il dialetto, con ricchezza di dettagli nelle descrizioni, una marcata e onnipresente ironia della lingua, un lessico variegato e puntuale, un ritmo lento, senza fretta, mai incalzante, capace di prendersi i suoi tempi tra digressioni e ricordi. Lo tratteggia bene Ligabue in questa figura, raccontandolo proprio come uno dei suoi stessi personaggi di provincia, quando lo mette dietro al bancone di Radiofreccia, a passare idealmente il testimone alla generazione delle radio libere, con quell'epica scena in cui alza il volume della radio del bar (peraltro non la sua unica apparizione in video per dei film).L'arcivescovo di Bologna, il cardinale Matteo Zuppi, appena appresa la notizia della morte di Francesco Guccini, ha espresso «a nome della Chiesa di Bologna vicinanza nella preghiera, cordoglio e partecipazione al dolore della famiglia». In questi anni, ricorda la diocesi, diversi sono stati i momenti di incontro con il cantautore, bolognese d'adozione, che per decenni con le sue canzoni, scritti e riflessioni ha raccontato e interpretato la società italiana. Nel 2016 Guccini e Zuppi avevano accompagnato insieme, ad Auschwitz, un gruppo di studenti nell'ambito dell'iniziativa "Un treno per la memoria" partendo dalle note e dalle parole della suo brano "Canzone del bambino nel vento (Auschwitz)". L'anno successivo, il 21 aprile 2018, insieme a migliaia di bolognesi, Guccini aveva incontrato papa Francesco in piazza San Pietro a Roma all'udienza speciale al termine del pellegrinaggio di ringraziamento della Chiesa di Bologna, guidato dall'arcivescovo, per la visita pastorale del Papa sotto le Due torri dell'1 ottobre 2017. Nel luglio del 2023 Guccini aveva partecipato a una serata-evento, nel complesso della Basilica di Santo Stefano a Bologna, sul tema della memoria nell'ambito dell'iniziativa "Un alfabeto per l'umano", dialogando con il cardinale Zuppi e don Luigi Verdi, fondatore della Comunità di Romena. Con la scomparsa di Francesco Guccini non perdiamo soltanto una delle voci più alte e autorevoli della canzone d’autore italiana; perdiamo il testimone d’eccezione di un’intera civiltà morale, contadina e filosofica. Un artista profondo che, per oltre mezzo secolo, ha saputo trasformare in letteratura la semplicità del quotidiano; una persona coerente, con delle idee politiche ben precise, a cui ha prestato fede pur senza mai cedere alle sirene del manicheismo o dell’assunzione forzata di militanza. La traiettoria di Guccini è un romanzo geografico ed esistenziale ben definito, una parabola perfetta che si muove lungo l’asse Pàvana-Modena-Bologna-Pàvana. Le fondamenta morali del suo canzoniere affondano nel microcosmo di Pàvana e nel Mulino di Chicón, sull’Appennino tosco-emiliano. È in quella civiltà contadina che Francesco apprende il rigore del lavoro, l’assenza del superfluo e quella “poetica della decenza quotidiana” che caratterizzerà tutta la sua opera. Rispetto a colleghi cresciuti nell’alta o media borghesia urbana, Guccini è stato, della sua famiglia “il primo che ha studiato”, radicato nella consapevolezza fiera dei propri “cromosomi corsari”.Il trasferimento a Modena nel 1945 rappresenta l’esilio traumatico, la frattura tra la vita ciclica della montagna e la dimensione urbana e lineare della città, descritta in pezzi memorabili come Piccola città (”bastardo posto”) e Cencio. È la fase dell’adolescenza inquieta, dei primi complessi rock’n’roll da balera, ma anche dell’amicizia con Bonvi e del giornalismo alla Gazzetta dell’Emilia. Poi l’approdo a Bologna negli anni Sessanta dà il via alla piena maturità culturale e artistica. Bologna diventa una “bohème confortevole”, fatta di lezioni universitarie con Raimondi e Rizzardi, insegnamento al Dickinson College e soprattutto di nottate vissute nelle osterie.Due posti su tutti: l’Osteria delle Dame e la trattoria da Vito. La prima diventa banco di prova fondamentale per affinare uno stile unico: un impasto straordinario dove l’epica folk dylaniana si sposa con il lirismo intimo di scuola francese (Brel e Brassens) e con il gusto ironico, affabulatorio e cabarettistico. Vito diventa invece un luogo di incontri notturni, il mitico ritrovo di quelli che a Bologna venivano definiti “biasanòt”.Il percorso discografico di Guccini testimonia un’evoluzione continua. Dagli esordi beat con Folk beat n.1 (1967) – da cui emergono pietre miliari come Auschwitz, Noi non ci saremo e Il sociale e l’antisociale – fino alle opere più intimiste di Due anni dopo (1970) e al concept-album di ricerca esistenziale, L’isola non trovata (1970). Significativo il fatto che Dio è morto, scritta da Guccini e portata al successo dai Nomadi nel 1967, sia stata censurata dalla Rai ma trasmessa da Radio Vaticana. Con Radici (1972) la sua poetica raggiunge vertici eccelsi: capolavori come Incontro, Canzone della bambina portoghese e La locomotiva scolpiscono nell’immaginario collettivo il ritratto di un cantautore visionario e realista.Proprio attorno a La locomotiva nasce uno dei più grandi fraintendimenti culturali degli anni Settanta. La sinistra extraparlamentare pretende di fare di Guccini un “pifferaio della rivoluzione”, ma l’autore risponde rivendicando la propria autonomia intellettuale e il diritto al dubbio. Di fronte alla critica severa di Riccardo Bertoncelli a Stanze di vita quotidiana (1974), nasce il capolavoro d’urto L’avvelenata (che Francesco peraltro non amava particolarmente: “Ne ho scritte di migliori”) e l’album manifesto Via Paolo Fabbri 43 (1976), seguito da Amerigo (1978), disco palingenetico in cui si consuma definitivamente la crisi e il superamento del mito americano.Negli anni Ottanta la produzione artistica, forte della presenza del produttore Renzo Fantini e delle trame musicali di Juan Carlos “Flaco” Biondini, Ares Tavolazzi, Ellade Bandini, Vince Tempera e Antonio Marangolo, compie una virata affascinante. Con album monumentali come Metropolis (1981), Guccini (1983) e Signora Bovary (1987), la canzone allenta la presa sul dato autobiografico per esplorare personaggi universali e figure emblematiche: dalla ragazza di Autogrill alla signora Bovary, fino alla labirintica lucentezza di Bisanzio. Il concerto epocale del 21 giugno 1984 in Piazza Maggiore a Bologna, immortalato nell’album Fra la via Emilia e il West, consacra questo rito collettivo che unisce tre generazioni.Gli anni Novanta registrano un Guccini più risentito e civile di fronte all’imbolsimento della società italiana e alla stagione berlusconiana. Nascono brani d’indignazione come Quello che non..., Nostra signora dell’ipocrisia, Canzone per Silvia, Cirano e Addio, ma anche vette d’amore puro come Vorrei (“la mia unica canzone d’amore vissuto”, dirà) o elegiaco come Farewell, fino a quella struggente riflessione sul tempo che passa e consuma (vero topos gucciniano) che è Lettera.Infine, il ritorno fisico ed esistenziale a Pàvana nel 2001 chiude il cerchio. Ritratti (2004) e L’Ultima Thule (2012), segnano il congedo consapevole dalla discografia per gli album di inediti. Da uomo d’onestà intellettuale incrollabile, quando la vena dell’ispirazione si è esaurita, Guccini preferisce tacere, dedicandosi unicamente alla narrativa con romanzi cardine della memoria come Cròniche epafániche (1989), Vacca d’un cane (1993), Cittanòva blues (2003) e Tralummescuro (2019). Con Loriano Macchiavelli, poi, firma una riuscita serie noir di ambientazione appenninica, dando vita a personaggi come Santovito e il Poiana: un azzeccato intreccio tra giallo, storia e memoria locale.L’importanza di Francesco Guccini per la cultura, la politica e la società italiana risiede proprio in questa rigida, laica intransigenza: essere stato il cantante di idee progressiste ma ancorato al “dubbio assiduo unica ragione”, colui che ha sgonfiato ogni dogmatismo ideologico opponendovi la fatica della ricerca intellettuale e della memoria. Non ha mai offerto risposte facili o comode; ha insegnato a generazioni di italiani a coltivare le domande, a difendere i diritti senza perdere l’ironia e a guardare alla storia e all’esistenza umana con profonda pietas, coerenza e dignità.