Ma io non ve lo devo spiegare, cosa era per la mia generazione Francesco Guccini, morto oggi a 86 anni, dopo innumerevoli vite. Era una cosa vicina alla giustizia, ma più poetica. Una cosa vicina alla poesia, ma più dura e meno intima, più collettiva e condivisa. Per noi volontari della chitarra - eravamo tanti, nella mia generazione - le sue canzoni erano tra le prime cose che imparavi, con la pennata abbondante e chissenefrega dell'intonazione: basta la passione e sì, ora lo scrivo davvero, la purezza d'animo. Una qualche purezza di cui non sapevamo il nome, ma di cui intuivamo la grandezza, la forza, la necessità. Era il lascito, per noi, di quelli che avevano fatto il '68 e il '77 e non importa quanto s'erano persi: le cose restavano. Compresa l'altra rivoluzione: il modo di cantarle. Che nell'Italia melodica e canzonissima era una rivoluzione dalle molte voci.

Erano gucciniani, alcuni di noi, come altri degregoriani o deandreiani, ma era un campo largo della musica come rivoluzione, mica una guerriglia tra fazioni. E toccava a chi imbracciava la chitarra - guidava la locomotiva - stabilire che suono avrebbe avuto la prossima ora attorno al fuoco, o sulla spiaggia di notte, o in qualche scuola occupata. Credo che "La locomotiva" sia stata per me più importante di un qualsiasi comizio o editoriale: la linea nitida tra gli ultimi e tutti gli altri, tra la ribellione e l'acquiescenza. Credo che "Dio è morto" mi abbia insegnato a vedere, a capire ogni volta che dio muore: a Gaza come a Ceuta, per dire. In ogni discorso di razza, di muro, di autodifesa dall'Altro, chiunque sia. E "Il vecchio e il bambino" sarebbe la perfetta colonna sonora dei nostri anni negazionisti e divorati dal cambiamento climatico. Come "Auschwitz" ci parla di ogni bambino scomparso, cancellato da una persecuzione.