La prima cosa che ho pensato è che io l’articolo su Guccini non lo volevo scrivere. Non perché non mi faccia una ragione – non me la faccio – ma perché già mi vedo la corsa all’appropriazione del cadavere, la foto col morto, i «Francesco» detti in tono confidenziale. Il problema è che quella cosa lì l’ho pensata con le parole sue: scusate, non mi lego a questa schiera.
Nessuno muore meno di quelli che fanno le canzoni, perché le canzoni sono impastate nelle nostre vite come non lo sono i film, come non lo sono i romanzi, come non lo sono neppure gli amori. Non ho più il numero di telefono di quello con cui squarciagolavo “Quattro stracci”, ma ho ancora quel disco lì: è invecchiato meglio di me e di lui e della nostra storia, e sono invecchiata pure io decentemente abbastanza da accorgermi che sì, “Quattro stracci”, ma vuoi mettere “Lettera”.
Francesco Guccini, che è quindi immortale, è morto mentre tutti ci lamentiamo del caldo, essendo noialtri come sempre quella roba che aveva scritto lui: chi aspetta sempre l’inverno, per desiderare una nuova estate.
La mia amichetta del cuore, alle medie, aveva due sorellastre. Facevano l’università, e solo negli ultimi anni mi sono resa conto che è tutto merito loro. Che tutte quelle cose meravigliose che consumavamo dovevano venire da loro, che era per lo sgocciolamento dell’economia culturale delle ragazze grandi se le ragazzine piccole ascoltavano Joni Mitchell e David Bowie e Guccini nonostante i nostri genitori ascoltassero tutt’altro e mica ci fossero i social per scoprire cose che non ti trovavi dentro casa.










