Francesco Guccini è morto ieri mattina nella sua casa di Pavana, una scheggia dentro l’Appennino tosco-emiliano, ancora in Toscana e non ancora in Emilia. Un posto irraggiungibile che, nel corso del tempo, è divenuto una sorta di Samarcanda delle parole. Proprio le parole sono state la religione del tempo abitato da Guccini, insieme alle storie e a quel mondo cui è rimasto sempre fedele, ancorato alle sue radici che, a ripercorrerle, diventano una matrice collettiva.
Quel Paese infinito che tiene in piedi il fiato della storia
Ha scritto Matteo Marchesini che «Guccini è stato il Carducci e il Gozzano dei cantautori. Un po’ Bertoldo e un po’ Balanzone, la sua resta la Bologna di un emiliano di provincia che si libera dalla reverenza con la guasconeria, ma che deve anche far vedere che della razza sua è il primo che ha studiato. La pianura modenese e l’Appennino della Limentra rendono leggendari, e sopportabili, il portico dei Servi e le osterie del capoluogo». Ma, più di Gozzano e ancora più di Carducci, Guccini ha saputo rendere il verbo, la parola e l’azione una misura esatta della nostra interiorità. Se Carlo Ginzburg ha saputo fare della microstoria un nuovo modo di leggere il passato, Guccini, con il suo presepe di figure secondarie, di parenti antichi partiti per le Americhe, di Odisseo, di Cirano, di amiche segnate da tragedie avvenute a Natale, di ragazze «bionde di una loro bellezza senza averne l’aria», di macchinisti ferrovieri prima giovani e poi pensionati, di donne morte di parto nei grandi ospedali, ha raccontato quel Paese infinito che tiene in piedi il fiato della storia e di cui lui si divertiva a essere perno, cantore ed eterno studente.










