Francesco Guccini è morto ieri nella sua casa di Pavana, sull'Appennino tosco-emiliano dove aveva scelto di vivere lontano dai riflettori. Aveva 86 anni. Da tempo le condizioni di salute lo avevano costretto a rallentare, fino a ritirarsi dalla vita pubblica. La famiglia ha fatto sapere che, nel rispetto delle sue volontà, le esequie si svolgeranno in forma strettamente privata. Restano le sue canzoni. E una lingua italiana che, grazie a lui, è diventata un posto un po' più grande.
Ci sono uomini che arrivano nella tua vita quando sei già diventato la persona che sarai. E poi ci sono quelli infinitamente più pericolosi: quelli che ci arrivano prima. È stato fortunato chi ha incontrato Guccini a 15 o 16 anni, quando le canzoni non avevano il compito di ricordare niente, ma quello di costruire qualcosa. Quando una strofa diventava educazione sentimentale, un aggettivo allargava il vocabolario del pensiero e una rima ti svelava che il mondo è più complicato di come provano a raccontartelo.Addio a Francesco Guccini, la voce controcorrente che raccontò l'Italia VIDEO LE TRIBÙ Io sono cresciuto in un tempo curioso: bastava poco a dividerci in tribù. C'erano quelli del rock americano, quelli del punk, i metallari con i capelli al sedere e gli anfibi consumati. E ognuno provava a difendere la propria musica con la stessa convinzione con cui a quell'età si difendono certe bandiere. Poi, compiuti i trent'anni, abbiamo imparato che anche le band crollano come i matrimoni, e con loro molte altre convinzioni. Ma succedeva una cosa che oggi sembra quasi commovente. Quando dopo cena, o su una spiaggia in estate, compariva una chitarra, sparivano le appartenenze. Era tregua. Sentivamo solo il bisogno di aderire alle parole di un maestro capace di convincerci che la lingua italiana era cosa troppo preziosa per essere sprecata. Le canzoni di Guccini avevano proprio questo merito. Erano e sono luoghi. Ci entravi ragazzo e ne uscivi con qualche domanda in più. Lì dentro ci sono ancora il bar e la biblioteca, l'osteria e Dante, il vento dell'Appennino e una citazione colta. Mai un'esibizione, e tutto al naturale, come se la cultura fosse semplicemente questo: tenere insieme cose lontane senza farle pesare a nessuno. Così noi abbiamo imparato un metodo. Abbiamo capito che si può parlare di politica senza fare comizi, che si può dire qualcosa sull'esistere senza mai pronunciare la parola senso, e che il modo più onesto per denunciare una bruttura del mondo è descriverla con precisione, senza sbraitarci sopra. Era questo, in fondo, il suo modo per metterci tutti d'accordo. Ognuno trovava il suo Guccini. Chi sceglieva di farsi scaldare dalla fiaccola dell'anarchia finiva sopra La locomotiva. Chi si sentiva deriso ingiustamente si affiliava all'Avvelenata. Chi aveva bisogno di una carezza, la trovava in Canzone per un'amica. Chi provava a capire da che parte stare inciampava in Eskimo. E quelli che, come me, crescevano e basta, senza sapereverso cosa, prima o poi arrivavano a Lettera, da D'amore, di morte e di altre sciocchezze del 1996. LA BEFFA Che già il titolo del disco è una beffa: mette la morte in fila indiana insieme alle sciocchezze, come se fosse solo una delle tante amenità di cui la vita è fatta, e non la cosa che la interrompe. È un modo di sminuirla per poterla guardare, di trattarla con la stessa apparente leggerezza con cui si tratta un amore finito male o una domenica sprecata peggio. Perché altrimenti non la si guarderebbe affatto. Ma quanto riduttivo e poco elegante sarebbe stato parlare di morte in modo esplicito? Molto più interessante è parlare, di tutto quello che le sta intorno quando non ci hai ancora fatto i conti. È la canzone con cui il Maestrone smette di discutere con la storia e la politica e comincia a discutere con il tempo. Il lutto è solo la crepa da cui entra una domanda molto più grande. Come fa il tempo a ingannarci così bene? Per tre quarti della canzone non succede quasi nulla. Fioriscono i ciliegi. I piatti sbattono nelle cucine. I gatti ignorano il rumore della televisione. Le stagioni si alternano con l'indifferenza di sempre. La vita sembra ripetersi identica. Poi, con una naturalezza che appartiene solo ai grandi scrittori (e Guccini lo era: scrisse numerosi libri tra romanzi, raccolte di racconti e autobiografie: Calde le pere. Storia di un fiume e di una integerrima fanciulla uscirà postumo a settembre per Giunti ), infila un dubbio dentro quel paesaggio domestico. E lo detona. Mentre descrive un mondo che continua a esistere, ci fa capire che l'unica cosa che sta davvero cambiando siamo noi. Ti accompagna lentamente dentro un paesaggio e, quando credi di averci camminato abbastanza da riconoscerne le strade, scopri che in realtà stavi solo cominciando ad affacciarti nel labirinto di viuzze incasinate che è la tua vita. Poi, con un soffio di libeccio nell'ultima strofa, dissolve il paesaggio e ti lascia lì, inebetito, davanti a un'unica domanda: ma il tempo, chi ce lo rende? Da quel momento la canzone non è più sua. Appartiene a chiunque abbia avuto vent'anni. A chi li ha appena lasciati. E a chi li cerca ancora, decenni dopo, ovunque nei ricordi. Tanto siamo tutti attraversati dalla stessa ferita invisibile: il desiderio impossibile di trattenere ciò che ci ha resi vivi. Lo ha detto anche il Presidente Sergio Mattarella: Guccini era «un poeta», che «ha composto canzoni che hanno segnato questi anni». E Lettera, oggi, più che mai, fa un male atroce. Perché nel giorno in cui Guccini muore, non promette alcuna consolazione. Non offre morale. Ci consegna soltanto una verità che arriva dritta, a noi sghembi che aspettiamo «sempre l’inverno per desiderare una nuova estate» e che nessuno ha saputo dire meglio di lui: il tempo non restituisce niente. Però, ogni tanto, una canzone riesce a restituire noi a noi stessi. Succede. *Autore, conduttore, musicista vincitore del Golden Globe










