Invasione: la paura che impone rimedi frettolosi è sempre appesa all'evocazione di un retaggio lontano: orde fameliche di stranieri pronte ad avventarsi sulle nostre certezze.Tutto lascia pensare che quel che è accaduto a Ceuta non fosse un'invasione, ma una manovra per mostrare la forza di una monarchia marocchina sotto schiaffo coloniale spagnolo: la questione del Sahara occidentale, gli interessi economici della regione, la rivalità con l'Algeria. Diventata l’occasione per trovare alleati tra i sovranisti del mondo, lesti a indicare nel modello d’accoglienza iberico la minaccia epocale ai confini e far pagare al premier i suoi troppi no al duo Trump-Netanyahu. Se non è stata un'invasione, non c'era ragione di evocare muri, né di rincorrere rimedi che rischiano di rivelarsi, nella migliore delle ipotesi, inutili. E ancor meno di lasciar circolare la favola dei migranti nuotatori pronti a guadagnare a bracciate la costa spagnola e marciare poi a passo di carica verso le frontiere italiane.L'Occidente, quel che è diventato, anche nelle articolazioni più aperte, ha sempre provato a chiudersi. A sprangare le porte, sbarrare gli accessi. Si è inventato muraglie lunghe chilometri, immaginando di fermare quel che l'uomo fa da sempre: spostarsi. Alla ricerca di condizioni migliori, di climi favorevoli. Sobbarcandosi diffidenza, sospetto, riprovazione. Lo fa per molte ragioni o per nessuna. Si potrebbe dire che lo fa per esercizio di libertà: un modo per sovvertire il caso che decide dove si nasce, e decreta nell'arbitrio assoluto le condizioni di vita e perfino i parametri per misurarla.I Sud sono un po’ diversi. Attraversati di continuo da quelle che altri chiamano orde, hanno una tendenza a lasciarsi coinvolgere: vivono non di accoglienza ma di contaminazioni, di curiosità. Si convincono che un'identità si costruisca con le culture che la nutrono, con la disponibilità a farsi giunchi di fronte alla piena. Le comunità più interessanti sono da sempre quelle in cui ricca, accanto a cultura, fa rima con composita, variegata, sfaccettata. Le città del mondo dove convivono etnie diverse, quando – e non è scontato – regna la pace, sono le più floride e attraenti. Dovremmo rifletterci quando sfoggiamo i souvenir di viaggio, nell'illusione di conservare sapori, odori e colori dei luoghi che abbiamo abitato. Quegli stessi posti che ci piacciono meno quando compaiono sui documenti d’origine di chi chiamiamo clandestino.Il nostro sarà pure un Belpaese, ma non è il paradiso dei migranti. Le invasioni che sosteniamo di aver subito vivono solo nelle statistiche ritoccate alla bisogna di chi, sul pericolo, costruisce una narrativa securitaria da decine di miliardi. Narrativa che ci ha spinto alla trovata di esternalizzare i rimpatri a Gjader, in una remota landa albanese risanata a spese nostre – trovata bizzarra che ha convinto persino un'Europa incline a lasciarsi irretire. Ora, dopo Ceuta, correre a sospendere gli effetti di Schengen con la Spagna fa di noi una macchietta senza uno straccio di ragione che giustifichi la levata d’ingegno.Circola poi l'idea di versare un'altra manciata di miliardi a governi più o meno dittatoriali perché fermino “l'orda” in qualche modo – se serve, anche alla maniera libica. Idea non proprio vincente, e foriera di nuovi ricatti, questa volta sulle spalle e le casse dell’intera Europa. Chissà, quando la parola invasione non basterà, quale altra paura evocheranno il giorno in cui il presidente ugandese Yoweri Museveni, magari solo per un ritardo nei pagamenti, vorrà farci sapere che lui non controlla più nulla.