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Dopo Ceuta, l’Unione Europea sta alzando sempre più barriere contro l'arrivo di migranti dal Nord Africa. Ma l'immigrazione si può gestire, e può davvero diventare una risorsa. Ne abbiamo parlato col più importanti studioso dei fenomeni migratori in Italia. Oggi rispondiamo alla domanda di Carla “Ma davvero l’Europa è costretta a chiudere tutte le sue frontiere per non essere invasa da migranti africani?” Siamo onesti, questo è quel che pensa buona parte dell’opinione pubblica italiana ed europea. D’altra parte, se Fratelli d’Italia, Rassemblement National in Francia, Alternative fur Deutschland in Germania e le estreme destre quasi ovunque sono in testa nei sondaggi è principalmente dovuto alla paura che abbiamo di un’immigrazione incontrollata che invada l’Europa, che porti criminalità e caos ovunque, e che mini le fondamenta culturali della nostra civiltà. In questo scenario, ci sono fatti che sembrano fatti apposta per accendere, legittimare e rafforzare queste paure. Quel che è accaduto a Ceuta una settimana fa, a cavallo tra il 30 luglio e il 1 di agosto, è uno di questi eventi. Ricapitoliamo, per gli smemorati: nella serata di giovedì 30 luglio cominciano a circolare le immagini di centinaia, migliaia di ragazzi marocchini che raggiungono a nuoto le spiagge di Ceuta, una città di 80mila abitanti circa, exclave della Spagna sulla costa del Marocco che affaccia sullo stretto di Gibilterra. È una scena impressionante: la frontiera di Ceuta, una delle più controllate al mondo, sigillata da un’altissima barriera di filo spinato sembra non esistere più. Migliaia di ragazzi corrono verso Ceuta, verso la Spagna, verso l’Europa e niente sembra fermarli. Passano le ore, passa la notte, e i numeri diventano enormi: le autorità spagnole parlano di 60mila, 70mila persone che si sono riversate a Ceuta nel giro di poche ore. Una cosa del genere, senza avvisaglie di alcun tipo, senza guerre in corso, non si era mai vista. La sensazione, nel Vecchio Continente, è che si sia aperto un varco enorme nella Fortezza Europa. E che da quel varco possa entrare di tutto. Tutto, però, suona molto, troppo strano. Perché quei ragazzi non hanno nulla con loro, nemmeno uno zaino o generi di prima necessità? Come mai si sono dati appuntamento a Ceuta, in decine di migliaia, proprio quella sera, con il centro abitato più vicino all’exclave spagnola che dista circa 60 km? Chi o cosa li ha spinti lì? E il governo marocchino non ne sapeva nulla? Per capirci qualcosa, e per capire se davvero l’Europa rischia di essere travolta da una crisi migratoria, o meno. E ancora, se l’immigrazione è un fenomeno che bisogna solo arginare e combattere, o può essere gestito, ho chiesto una mano a Stefano Allievi, professore ordinario di Sociologia all’Università di Padova, specializzato proprio nello studio dei fenomeni migratori. Uno, insomma, che la materia la conosce molto bene. E che dei fatti di Ceuta dà questa lettura: “Credo che a Ceuta abbiamo assistito a una specie di flash mob geopolitico che è andato probabilmente anche al di là delle intenzioni di chi l'ha messo in scena. Da un lato c'era il tamtam dei social che spingeva per un'emigrazione di giovani da soprattutto dal dal Marocco che che è un desiderio e il sogno di di moltissimi. Il Marocco è un paese in grande crescita e tuttavia ha un un quarto di popolazione giovanile che né studia né lavora e un un quinto dei suoi laureati che non trova un impiego. Quindi lo sbocco dell'immigrazione è presente in tutte le famiglie. Dopodiché ci sono gli interessi di chi ha aiutato a organizzare questo esodo. Sicuramente ha chiuso un occhio, forse tutti e due il governo marocchino e in per motivi anche di ordine geopolitico. Sanchez aveva appena fatto una visita ufficiale in Algeria che è l'arcinemico storico del Marocco. Trump, quindi gli Stati Uniti e Israele le sostengono il Marocco nelle sue mire sul Sahara occidentale e nella sua posizione sul Sahara occidentale. E quindi questa convergenza di interessi ha ha avuto l'esito che che abbiamo visto”. Ma mentre Allievi punta la sua attenzione, come in molti analisti hanno fatto, sul Marocco e sui suoi alleati americani e israeliani, nel resto d’Europa a essere messa immediatamente nel mirino è la Spagna. O meglio, il governo socialista spagnolo guidato da Pedro Sanchez, che viene additato come responsabile primo di questa situazione. Primo: perché ad aprile il governo Sanchez ha avviato una maxi regolarizzazione di migranti residenti sul territorio spagnolo, quasi interamente latino americani, che già lavoravano ma non erano in regola col permesso di soggiorno. Tanto per dare due cifre: si parla di circa 600mila regolarizzazioni, per più di un milione di domande. Secondo: per una recentissima sentenza della Corte Suprema Spagnola che limita i respingimenti immediati dei migranti che raggiungono a nuoto Ceuta e Melilla. Dice, questa sentenza datata 8 luglio 2026, che la procedura speciale può essere applicata solo a chi viene intercettato mentre supera le barriere di confine, mentre per chi arriva a nuoto via mare deve essere comunque identificato e va valutata la sua richiesta di asilo politico. Secondo le destre di tutta Europa, sono stati questi i due fattori che hanno innescato la crisi migratoria di Ceuta, agendo da pull factor, cioè da fattore che ha spinto i ragazzi marocchini a varcare in massa il confine dell’exclave. Uno: che una volta a Ceuta non sarebbero stati rimpatriati, ma avrebbero potuto arrivare nella Spagna continentale. Due: che una volta in Spagna, sarebbero stati regolarizzati. Capofila di questa sommossa contro la Spagna è stato il governo italiano guidato da Giorgia Meloni, che assieme a quello danese guidato dalla premier Mette Frederiksen, socialista come Sanchez, si è fatta promotrice di una lettera, controfirmata dai capi di Stato e di governo di 22 dei 27 Stati membri dell’Unione Europea – mancano Francia, Portogallo, Irlanda e Lussemburgo – in cui si dice – in estrema sintesi – che la Spagna e le sue politiche permissive in materia di immigrazione hanno provocato la crisi di Ceuta. Non solo: unico tra i Paesi europei, l’Italia ha anche sospeso il trattato di Schengen sulla libera circolazione di merci e persone verso la Spagna, nonostante non vi sia un confine terrestre tra i due Paesi. Nonostante sia ai migranti di Ceuta sia gli stranieri regolarizzati in Spagna non si applichi il trattato di Schengen. Nonostante, nel giro di due giorni, tutti i ragazzi arrivati a Ceuta fossero già stati rimpatriati in Marocco. Nonostante, meno di una settimana dopo, tutti e 27 i ministri degli interni dell’UE abbiano riconosciuto che le politiche migratorie della Spagna non fossero il pull factor che ha generato la crisi di Ceuta. Ma che ne pensa Stefano Allievi di tutto questo? “Sulla scelta di sospendere Schengen, beh, la prima osservazione che farei è che l'Italia è l'unico paese che l'ha fatto. Mi farei una una domanda, anche perché semmai la Francia avrebbe dovuto preoccuparsi, visto che lei si confina con la Spagna, mentre Ceuta non confina con nessun paese europeo. Detto questo, le politiche condannate dall'Italia sono tali precisamente perché sono l'opposto di quello che fa l'Italia e molti altri paesi europei. La Spagna ha scelto di affrontare l'immigrazione gestendola, non costruendo un nemico negli immigrati, ma cercando di massimizzare i vantaggi e minimizzare gli svantaggi. Da qui la regolarizzazione che c'è stata negli ultimi tempi, di fatto una regolarizzazione silenziosa che va avanti da parecchio tempo in Spagna. Questa regolarizzazione che probabilmente ha coinvolto oltre mezzo milione di persone, quasi un milione di domande presentate, ha portato degli indubbi vantaggi alla Spagna in termini economici, fiscali e sociali, di diminuzione del conflitto. L'Italia ha fatto l'opposto. Anche se le due più grosse regolarizzazioni italiane sono state fatte prima dalla Bossi-Fini e la seconda dal governo Berlusconi. E sono state utili. Solo che oggi la politica acquisisce consenso non attraverso le regolarizzazioni, che al contrario verrebbero demonizzate, ma attraverso la costruzione del capro espiatorio, gli immigrati. E le politiche italiane vanno in questa direzione. Addirittura noi produciamo irregolarità per via burocratica e amministrativa, oltre che legislativa. Dalla legge Bossi-Fini, che ricordo è stata condannata dallo stesso Fini, cioè uno dei due firmatari, mentre Bossi non ha mai avuto il medesimo coraggio e la Lega nemmeno. L'Italia produce irregolarità attraverso il click day e attraverso il mancato rinnovo dei permessi di soggiorno, spesso per motivi formali e burocratici presso le questure. Dopodiché c'è chi sull'insicurezza che viene prodotta dalle nostre dalle nostre norme poi chiede consenso elettorale”. Diversi osservatori hanno visto in questa offensiva di Meloni contro la Spagna una sorta di contrapposizione tra due modelli di gestione delle migrazioni molto diversi, quello spagnolo e quello italiano. Oddio, molto diversi. In realtà, in Spagna come in Italia non c’è lo Ius Soli. E in Italia come in Spagna ci sono frequenti regolarizzazioni di migranti che lavorano, attraverso il decreto flussi – l’atto con cui il Governo stabilisce ogni anno il numero massimo di lavoratori stranieri non comunitari che possono entrare in Italia per lavorare. Entrambi, peraltro, sono Paesi di frontiera, soggetti continui negoziati con i Paesi da cui i migranti partono per raggiungerne le coste – il Marocco e l’Algeria per la Spagna, la Tunisia e la Libia per l’Italia. Quella che è molto diversa, semmai, è la direzione di marcia. Mentre la Spagna si sta muovendo verso un percorso di sempre maggior integrazione dei migranti, percorso trainato – va detto – anche da un’economia in forte crescita, l’Italia si sta muovendo nella direzione opposta. Meloni ha vinto le elezioni parlando di respingimenti alle frontiere e sta affrontando la prossima campagna elettorale dovendosi confrontare con un avversario più a destra di lei, il generale Roberto Vannacci, che ha sdoganato anche in Italia, il concetto di “remigrazione”. Che, nella sua formulazione originaria, è la deportazione forzata di tutte le persone di origine straniera fuori dal nostro Paese. Soprattutto, Meloni ha fondato la sua azione di governo delle migrazioni sulla costruzione di centri di smistamento e rimpatrio fuori dai confini europei. I celeberrimi centri in Albania, a Gjader e Shengjing, per intenderci, da cui dovrebbero transitare i richiedenti asilo che sbarcano in Italia, in attesa di deciderne il loro destino. Centri che per ora sono costati centinaia di migliaia di euro e da cui sono transitate solo poche centinaia di migranti, molto spesso rimandati in Italia perché meritevoli di protezione umanitaria. La faccio molto breve: siccome questi centri non erano conformi alle normative europee, Meloni si è data molto da fare per cambiare queste normative, facendo della costruzione di questi hub e degli accordi con Paesi terzi in cui spedire i migranti che richiedono asilo politico una vera e propria strategia europea. Cosa che Meloni ha fatto in relazione all’approvazione del nuovo Patto Europeo sulle migrazioni, che ha recepito molte delle sue richieste. E che ha ribadito anche in questi giorni, nel bel mezzo della crisi di Ceuta. Sarà la mossa vincente delle destre, o questa strategia – che già oggi si scontra con enormi problemi legali ed economici – si rivelerà un buco nell'acqua? “La strategia di Meloni a livello europeo è molto accorta e intelligente, perché cerca di spostare l'attenzione non sull'inefficacia della gestione dei flussi, che su cui invece bisognerebbe intervenire, non sulle politiche di integrazione che l'Italia sicuramente non vuole fare – in compagnia di molti altri Paesi europei -, ma tutta sulla questione dei rimpatri degli degli irregolari e quindi degli hub da fare in territorio straniero, che è quello che l'Italia ha già fatto con col modello Albania. Dopodiché il modello Albania non ha funzionato per ora, è stato un risultato costosissimo e sbagliato, ma il problema è che non è fatto per funzionare, è fatto per mandare un messaggio all'elettorato, la pubblica opinione: stiamo lavorando per noi e lo facciamo bene con pugno di ferro, durezza e forza contro tutti, contro gli altri Paesi, contro i giudici, contro la cultura woke, eccetera eccetera. E di conseguenza da questo punto di vista funziona, è facile tessere alleanze, molti altri Paesi la pensano esattamente così, perché tutte le democrazie si ritrovano con le elezioni alle porte prima o poi e questo messaggio per ora almeno sembra funzionare abbastanza”. C’è un problema ulteriore, tuttavia. Un gigantesco paradosso nelle politiche migratorie dell’Italia. Che, stando ai dati dello stesso ministero del lavoro, ha bisogno di attrarre manodopera dall’estero. Il 23% del fabbisogno di manodopera, per la precisione, per il quinquennio 2024-2028. I mestieri li conosciamo tutti, dalle colf, alle badanti, dai braccianti ai lavoratori nei cantieri edili. Ma non solo: negli ultimi cinque anni sono arrivati quasi 90mila laureati dall’estero, la stragrande maggioranza dei quali da Paesi extra Ue, più di quelli che sono scappati dall’Italia, che sono quasi 80mila. Senza migranti, insomma, avremmo un importante fabbisogno di manodopera che non riusciremmo a coprire e allo stesso modo, un’importante emorragia di laureati. Il problema è che nonostante abbiamo tutto questo bisogno di manodopera straniera, la nostra legge sulle migrazioni, la famigerata Bossi-Fini, disincentiva proprio le migrazioni per motivi "economici" e quindi lavorativi. Come spiega Stefano Allievi questo paradosso? “Noi abbiamo una situazione demografica devastante, la peggiore di tutto l'Occidente. Oggi di fatto ci sono più figli che si prendono cura dei genitori che i genitori che si prendono cura dei figli, detto più brutalmente si vendono più pannoloni che pannolini e quindi abbiamo un problema oggettivo da anni. Da molti anni abbiamo un problema anche di rimpiazzo della manodopera perché quella che va in pensione non viene sostituita, non perché gli stipendi non sono sufficienti, c'è anche questo elemento, ma semplicemente perché chi dovrebbe sostituirli non è mai nato. Soprattutto, abbiamo un problema di manodopera non qualificata, dovuta agli elementi strutturali del mercato del lavoro italiano: operai, badanti, lavoratori agricoli, lavoratori dei servizi, la logistica, che è il nome chic per dire in realtà chi scarica, chi movimenta le casse negli ortomercati o che trasporta i nostri pacchetti Amazon, eccetera. E questo è un problema perché c'è un mismatching, come si dice, molto forte tra il livello di istruzione dei nostri giovani e i posti di lavoro che si trovano a poter occupare nel nostro Paese. Noi abbiamo bisogno di manodopera ed è paradossale che i permessi di soggiorno per motivi di lavoro rilasciati ogni anno ai nuovi arrivati siano ironicamente sostanzialmente una minoranza rispetto al totale dei permessi di soggiorno. Il paradosso si spiega così: noi formiamo giovani che hanno un buon livello di istruzione che infatti emigrano esattamente come vorrebbero emigrare i giovani istruiti del Marocco. Solo che la differenza è che i nostri lo possono fare e lo fanno effettivamente. Però abbiamo anche una drammatica carenza di manodopera che invece di sostituire in maniera anche fisiologica, se si vuole, cioè anche con le migrazioni, oltre che con salari più dignitosi, e questo non accade. E non accade ancora una volta perché non ci sono politiche di selezione di gestione del dell'immigrazione ed eventualmente anche di selezione della medesima, ma la si lascia accadere attraverso il meccanismo della della della richiesta di asilo.” Spoiler, peraltro: dal 30 luglio del 2022, giorni in cui è stata promulgata la legge Bossi Fini, ci sono stati ben quattro governi di centrosinistra – Prodi, Renzi, Gentiloni e Conte II: quello di Letta era un governo di larghe intese con Forza Italia, e con Monti e Draghi c’erano dentro quasi tutti – ma nessuno ha mai nemmeno proposto di toccare la legge sull’immigrazione Bossi-Fini. Troppa paura, evidentemente, di sentirsi dire quel che Meloni e tutte le destre stanno dicendo oggi a Pedro Sanchez. Che ogni migrante che sbarca lo fa a causa di leggi troppo permissive e di politiche migratorie che puntano all’integrazione anziché alla repressione del fenomeno. Proviamo a fare un gioco, però. Coinvolgendo proprio il professor Allievi, che è un convinto sostenitore del fatto che le migrazioni possano – anzi, debbano – essere gestite. Che consiglio darebbe alle opposizioni, in vista della campagna elettorale per cambiare l’atuale legge italiana sulle migrazioni? Quali sono le cose da fare per gestire al meglio un fenomeno che appare così complesso da governare? “Intanto alla sinistra, direi di battere un colpo, di esistere. Il problema reale è questo. Le destre hanno un messaggio molto chiaro e preciso rispetto all'immigrazione, che porterà danni nel nel medio lungo periodo, ma che funziona nel breve periodo nella nella battaglia elettorale. Spesso il mondo progressista e quello cattolico che si occupano di immigrati hanno dato la la sensazione di giocare sulla difensiva. E ora in politica si vince all'attacco, si vince quando si hanno delle proposte. Si potrebbero costruire eccome perché bisognerebbe cominciare con denunciare come fallimentari sul piano economico e sociale le politiche attuali, cioè chi produce insicurezza. Se noi produciamo irregolari, noi produciamo insicurezza: è un'equazione. Quindi meno irregolari ci sono, meno insicurezza c'è. Tra l'altro chi commette più reati sono soprattutto i più giovani, i single, senza famiglia, quelli che non hanno lavoro e quelli che non hanno un permesso in particolare, anzi la stragrande maggioranza di chi è in carcere è in realtà irregolare, non è straniero e basta. È straniero irregolare, ed è questo che produce una condizione particolare. Bisognerebbe denunciare queste politiche, rivendicare un paradigma interpretativo completamente diverso e questo non si fa spessissimo nei messaggi provenienti dall'opposizione: spesso sono un po' come gli altri, ma un po' meno, con un linguaggio più soft, meno duro, meno volgare. Beh, è chiaro che così non non può funzionare. Tra l'altro faccio presente che un pezzo dell'opposizione è è rappresentato da un partito, il Movimento 5 Stelle, che in realtà è spaccato radicalmente due su questi temi, ma la sua parte governativa ha sostenuto tutti le i decreti e le politiche più più meno efficaci, ma anche più linguisticamente dure della della Lega e di Salvini. Quindi il primo problema è questo. Dopodiché le cose da fare sono sempre quelle, cioè oggi gli immigrati arrivano irregolarmente perché non ci sono canali regolari, quindi la prima cosa è ripristinare in accordo con i paesi di partenza dei canali regolari. Con politiche di ingresso regolare, si possono convincere gli Stati a combattere invece le immigrazioni irregolari e anche a riprendere, quando occorre, gli irregolari, quelli che channo commesso reati e così via. Poi bisogna rivedere radicalmente la normativa sulla richiesta d'asilo, nata in tempi diversi per numeri diversissimi. È paradossale, appunto, che noi abbiamo bisogno di immigrati economici, ma siamo contro i migranti economici, ma anche perché abbiamo troppi richiedenti asilo. E la maggior parte dei richiedenti asilo effettivamente non è più tale, ma sono migranti economici camuffati. Questo è prodotto anche dalla nostra normativa. Quando un irregolare sbarca a Pozzallo o Lampedusa, non sono le ONG solamente, in realtà sono i Carabinieri o la Guardia Costiera che dicono fai domanda di richiesta d'asilo, perché è l'unico modo che diamo alle persone per entrare. Se gli dessimo quello di richiesta per motivi di lavoro, certamente sceglierebbero quello. E la terza la cosa da fare è politiche di integrazione. L'integrazione, come l'istruzione, è un investimento. Ora noi credo siamo l'unico Paese in Europa che non non fa sostanzialmente politiche di integrazione. Anche ai richiedenti asilo diamo vitto, alloggio e nient'altro. Non solo non c'è orientamento al lavoro e formazione professionale, ma ricordo che i decreti Piantedosi hanno cancellato anche lo studio dell'italiano tra le spese rimborsabili. Allora, se vogliamo che si integrino la lingua è evidentemente il primo strumento. Dopodiché l'integrazione, come il matrimonio, funziona se lo vogliono tutti e due, quindi se se lo vogliono solo gli immigrati – e non tutti lo vogliono, va detto – è un problema. Quel che voglio dire è che anche gli italiani devono costruire politiche che vadano in questo senso”. E visto che su questo ha detto tutto il professor Allievi, sopratutto sulla sinistra che deve battere un colpo, anche per oggi è tutto. Ci risentiamo la prossima settimana. Qui, sempre su Direct.