«Vedi, lo hai scritto tu, “bisogna volare”, vuol dire che bisogna lottare».«No. Vuol dire semplicemente che bisogna vivere».Bergamo, Città Alta, 1977. Tutto comincia da lì, ed è la storia di un’incomprensione durata decenni. A margine di un concerto, la mia prima intervista a Francesco Guccini. Da una parte un ragazzino figlio di un’epoca insensata di violenze, davanti a lui un uomo giovane - aveva 37 anni - ma che allora sembrava stranamente maturo, quasi vecchio. Quel verso della canzone su cinque anatre sorprese anzitempo dall’inverno per il ragazzo ottuso era un inno alla militanza. Per Guccini era il senso semplice, umano, del vivere quotidiano nella sua grandezza. Una incomprensione che si è trascinata a lungo, e che ha riguardato una intera generazione. Che scambiava per inno alla rivolta un poema romantico come La locomotiva, e vedeva la rabbia invece della tristezza nell’Avvelenata. E che soprattutto vedeva certezze in un uomo e in un autore che ne era l’esatto contrario, come lui stesso cercava di spiegare, nel tavolo attorniato di gente ai piedi di Bergamo Alta, raccontando come per lui a cambiare tutto fosse stato Voltaire: «È probabile, non è certo. È questa la grande vittoria, il grande vantaggio». Pochi mesi dopo, stessa scena.Via Paolo Fabbri 43, l’indirizzo che Guccini aveva incautamente reso noto dando il suo titolo a un album. Domenica 25 settembre cinque ragazzi calati su Bologna per quella follia collettiva che fu il convegno sulla repressione, bussano alla finestra. Francesco è lì, da solo, «sigaretta o penna nella mia destra», sta scrivendo. Riconosce il matto di Bergamo, apre, si mette a ragionare su cosa accade a Bologna in quei giorni. Però gli interessa soprattutto la canzone che sta scrivendo, fa sentire le prime due strofe, «pensate che possa interessare?». Ma l’abisso è lì, incolmabile. I cinque neanche si rendono conto di avere assistito alla nascita dell’Odissea di una generazione, «con l’incoscienza dentro al basso ventre / e alcuni audaci in tasca l’Unità». Era Eskimo. Eppure da quel momento in avanti Guccini continuerà a essere il filo conduttore della vita di quel ragazzino diventato uomo, ad apririgli sprazzi, dubbi, speranze, rassegnazioni. E suggerimenti culturali. Se non avessi avuto lui, chi se lo filava Omar Khayyam? E poi Gozzano, crepuscolare quanto e più di Francesco, con quella parola “acciottolio” che dal tinello della Signorina Felicita rimbalza un secolo dopo in un autogrill dove una ragazza bionda mischia birra e Seven Up. L’ho intervistato un po’ di volte, per il giornale in cui lavoravo allora. Sempre con il desiderio totale di andare oltre, di diventargli amico, e alla fine con la sensazione di riuscirci. Anche se da qualche parte c’era sempre il ragazzino che gli faceva domande stupide, «cosa vuol dire l’ultimo verso di Amerigo?», quello dove dici che alla fine ritroverai il vecchio compaesano. E Guccini che spiegava paziente che lui è un materialista anomalo, perché poi quando torna su a Pàvana smette di esserlo, e gli piace cercare spiegazioni più alte, e le ghiande per terra sono verità da maiali. Ma quella sensazione di inadeguatezza non me la sono mai tolta di torno. Nemmeno quella volta che per scavallarla mi feci accompagnare da Bonvi, con cui ero molto amico. E lui, sempre più annoiato, si liberò il prima possibile di entrambi. A Guccini devo tutto. La settimana scorsa sono salito a Pàvana, non per incontrarlo perché già si sapeva che stava male: solo per ringraziarlo. E per chiedere che venga accompagnato, nell’estate e nel gelo, nei monti dei suoi diciott’anni.
Bussai alla finestra e lui mi aprì. Quella volta che cantò “Eskimo”
L’uomo Le sue canzoni non sono inni alla militanza ma poemi epici. Non amava spiegare i testi. Ma era impossibile non “tormentarlo” con richieste continue. L’ultimo viaggio a Pàvana










