“Buono questo Moscato, si beve bene a merenda, grazie”. Il sole sta quasi tramontando, fuori dalla finestra della sua casa di Pavana, sull’appennino tosco-emiliano. È un pomeriggio dello scorso ottobre, Francesco Guccini sorride alla fine della lunga conversazione che diventerà qualche giorno dopo un’intervista su La Stampa. Ha raccontato a lungo della sua montagna, della sua giovinezza, dei personaggi da romanzo popolare che per quelle valli di contrabbandieri sono passati. Ha ricordato gli amici, che non c’è n’è quasi più nessuno, vacca d’un cane, sono tutti andati via per continuare a vivere nella memoria. Guccini è rimasto un raccontatore del suo Novecento, nessun dettaglio è troppo piccolo per essere trascurato, nessun sorriso si risparmia ricordando una fuga al fiume, un’avventura che sembra uscire da un romanzo picaresco. Guccini racconta con amore, con una nostalgia temperata dal pudore, dalla consapevolezza che quei giorni sono andati per sempre, ma vale ancora la pena raccontarli.
Guccini e "Le canzoni da Osteria": "Volevo fare un disco di cover ma non ho resistito a questi titoli"
La musica è finita, è andata, nascosta in un angolo che tutti conoscono, ma non è più quello che lui vuole raccontare. Piuttosto vuole parlare di cosa ha generato quella musica, quel mondo, il rapporto con gli appassionati. Nulla di quello che ha scritto e cantato sarebbe esistito senza Pavana, senza quell’infanzia negli anni Quaranta e Cinquanta, senza quella povertà materiale che non interessava a nessuno, perché c’era la ricchezza della vita, delle reazioni, della famiglia, delle avventure, dei racconti dei nonni e di quelli che passavano dall’osteria del paese, magari per un bicchiere e poi invece restavano le ore a raccontare, di mondi magici vicini o lontani, di storie vere di quel paese lassù alla fine della strada che sembra lì vicino ma è tutto un altro mondo.










