Sambuca Pistoiese (Pistoia), 6 agosto 2026 – "Quanti tempi e quante vite sono scivolate via da te. Come il fiume che ti passa attorno, Tu che hai visto nascere e morire gli antenati mie”. Un monumento in musica dedicato al senso dell'esistenza, un brano, ‘Radici’, cucito nel 1972 sui ricordi più intimi, sull’infanzia, su quel mulino arrampicato sul greppo dell’Appennino sferzato dal vento. Pavana, adagiata lungo il corso del Limentra al confine tra Toscana ed Emilia-Romagna, geograficamente più vicina a quest'ultima, non è stata per Francesco Guccini solo il luogo evocativo che ha fatto da sfondo a “Radici”, è stata piuttosto l'epicentro del suo universo poetico, il rifugio e la matrice di gran parte della sua opera. Francesco Guccini a tavola insieme con Roberto Vecchioni

Il ritorno alle origini

Dopo aver cantato per decenni Bologna, le sue osterie, Guccini è tornato alle origini, ritirandosi nella casa di famiglia. Questo luogo rappresenta il filo conduttore che unisce la sua prima infanzia, trascorsa al mulino dei nonni durante la Seconda guerra mondiale per sfuggire ai bombardamenti, alla sua maturità di scrittore e cantautore.

Il cuore di questa geografia sentimentale è il Mulino di Chicòn. È lì che Guccini è cresciuto tra il profumo della farina di castagne, il rumore delle macine e la saggezza ruvida della gente di montagna: un microcosmo esistenziale che avrebbe alimentato i più grandi capolavori del “Maestrone”.