Per sempre tuo, per sempre tuo, Guccini.Come Cyrano de Bergerac, come la signora Bovary, come Ulisse, per i quali Guccini ha trovato altre parole e ce li ha offerti più vicini, terribilmente emiliani, umanissimi ma sempre immortali. Così Guccini è ancora nostro, per sempre nostro, perché ci ha portato la nostalgia e la ricerca del tempo perduto quando ancora, troppo giovani, non avevamo perduto niente ma sentivamo lo stesso un dolore qui, l’euforia di una disillusione non ancora giunta, e quella domanda assoluta: ma il tempo, il tempo chi me lo rende?Guccini ha avuto cura delle parole in un modo per cui non gli saremo mai grati abbastanza, per averci resi schiavi di molti versi indimenticabili e di un lessico famigliare che serve a spiegare tante cose della vita (e, purtroppo, della morte): tutte quelle canzoni a memoria appena parte la prima nota o la prima sillaba, gli anni Settanta insieme agli anni Novanta, le immagini di un mondo andato che è diventato più bello, più importante, soprattutto dentro quel preciso sentimento di mancanza, grazie a lui che lo ha prima scritto e poi cantato.“Le parole sono il mio mestiere, la mia passione, il mio hobby”. Guccini andava alle scuole elementari, leggeva il Corriere dei Piccoli, poi leggeva Pinocchio (il suo primo libro) e voleva fare lo scrittore. A casa aveva un piccolo scaffale che la famiglia chiamava: libreria.Il maestro di scuola incontrò padre e figlio per strada, un pomeriggio alla fine della scuola, e chiese ma che cosa vuole fare questo ragazzino da grande? E il padre, perito tecnico industriale, il primo della famiglia da secoli a non fare il mugnaio, rispose (chissà se con orgoglio o scetticismo): vuole fare lo scrittore. Il maestro rise e disse: “Se lo dimentichi, a scrivere è un cane”. Ecco, signor Guccini, coraggio pure. Se ci voleva una spinta, ecco la spinta. Se ci voleva il veleno, ecco il veleno. Se ci voleva la fame, Guccini ha avuto anche la fame: di soldi per i libri e per le sigarette. E di rivalsa verso il maestro di scuola e anche, poi, verso un mondo letterario non sempre all’altezza del proprio sussiego.Guccini ha fatto, nelle canzoni, quello che Hemingway spiegava a Fitzgerald nelle sue lettere di rimprovero e di pungolo: “L’invenzione è la cosa più bella ma non puoi inventare nulla che non accadrebbe realmente. Questo dobbiamo fare quando siamo al nostro meglio: inventare tutto ma inventarlo in un modo così vero che non potrebbe che accadere così”. Le canzoni di Guccini sono esattamente questo: storie che non potrebbero che accadere così, personaggi che non potrebbero che essere così, agire così, scendere le scale così, bestemmiare così, struggersi e fare l’amore così, alla boia d’un Giuda. Guccini che a trent’anni non era mai stato a Roma, Guccini che non voleva scrivere canzoni come un fazzolettino di carta che qualcuno usa e getta via, come delle frasi così tanto per pronunciare delle sillabe, ma che ha avuto questa meravigliosa presunzione da provinciale, questa mitomania indispensabile per cambiare le cose: scrivere qualcosa che resta, muovere le parole come nucleo da cui nascono altre parole, costruire l’epica della via Emilia come Sartre quella di Parigi (partendo più svantaggiato, certo, ma anche molto più libero). Nella sua autobiografia, Le parole, Sartre dice: “Ogni uomo ha il suo posto naturale; né l’orgoglio né il valore ne stabiliscono l’altezza: è l’infanzia a decidere. Il mio posto è un sesto piano parigino con vista sui tetti”. Se è così, e forse è proprio così, l’infanzia di Guccini ha deciso il massimo della potenza – lirica, immaginifica, letteraria, reale – per Bologna, Pavana, Modena, e il massimo del posto nel mondo per “il maestrone”, come lo chiamavano tutti. Guccini scriveva veloce ma poi correggeva a lungo: gli serviva, per servircela, la parola adatta e infatti non gli piaceva “cantautore”: una brutta parola inventata da giornalisti che avevano fretta. Non poteva più leggere i libri, era cieco, non poteva più fumare sigarette, aveva dovuto smettere. Ma questo non fa parte del mito, fa parte della vita.Quindi è adesso è qui, il tempo perduto: il tempo in cui Guccini saliva sul palco e scriveva canzoni che non potevano che essere scritte in quel modo così vero, cólto senza averne l’aria. Il tempo in cui chiacchierava, giocava a carte, e noi lo cercavamo prima nelle osterie di Bologna, poi cercavamo il nostro tempo e anche le nostre cecità dentro tutte le sue canzoni, dentro quelle parole. Ci arrabbiavamo (mi arrabbio ancora) con chi non sente proprio quel dolore lì, in quel punto preciso, al livello del mare. E allora per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo, Cirano.
Come Guccini ha sempre avuto cura delle parole
Le canzoni del maestrone sono storie che potrebbero accadere solo come le raccontava lui. Ecco perché possiamo ritrovare il nostro tempo e le nostre cecità dentro tutti i suoi testi










