ROVIGO - Certe canzoni finiscono. Le storie che raccontano, invece, continuano a camminare. Se n'è andato il Maestrone. E con lui una voce che ha raccontato l'Italia senza retorica e sconti. Anche il Polesine ha incrociato più volte il cammino di Francesco Guccini, morto ieri a 86 anni, tra palchi, piazze e incontri rimasti nella memoria. Come al concerto negli anni Ottanta al Comunale di Adria, organizzato dall'Arci. «Una serata indimenticabile, da tutto esaurito – ricorda Lino Pietro Callegarin, presidente del circolo Arci "Il Tempo Ritrovato"–. Erano anni di grandi speranze, pensavamo di poter cambiare il mondo anche con le canzoni e le poesie”. Dietro le quinte c'era Ivan Dall'Ara, assistente di palco: «Appena arrivò mi disse: "Mi raccomando, fammi trovare un fiasco di vino rosso sul palco... e non chiamarmi maestro"”. Ironia della sorte: per tutti sarebbe diventato semplicemente il Maestrone.

Ancora prima, nel 1961 Guccini scrisse "Polesine (Tera e aqua)", brano dedicato alla terra segnata dall'alluvione e destinato a diventare uno dei simboli del folk sociale italiano. Una canzone che non ha mai dimenticato, tanto da reinciderla nel 2022, in dialetto polesano, nell'album “Canzoni da intorto”. Il 21 febbraio 1993 fece tappa al Teatro Tenda di Sariano di Trecenta, agli incontri di don Giuliano Zattarin: parlò con il pubblico insieme a Gianfranco Bettin, imbracciò la chitarra per due canzoni e chiuse la serata nel modo che più gli era consono, in canonica, davanti a pane, salame e un bicchiere di vino.Sariano e Voci per la Libertà Negli anni Duemila il suo rapporto con il territorio cambiò forma. Non più concerti, ma libri. Partecipò più volte alle iniziative di Cuore di Carta, fra Rovigo e Padova. Anche il festival “Voci per la Libertà” incrociò il suo cammino. Nel 2013 Guccini ricevette il Premio Amnesty dei big per il testo di “Gerardo nuvola 'e povere”, scritto con Enzo Avitabile. Il riconoscimento gli fu consegnato a Pavana, pochi giorni prima della finale del festival a Rosolina Mare.Tra i ricordi più intensi c'è però quello di Rossella Moscatello, ex docente di educazione fisica, che lo conobbe all'università di Bologna. «La prima volta lo sentii cantare al teatro Don Bosco di Rovigo, nel 1975. Rimasi folgorata e decisi di iscrivermi all'Isef di Bologna anche perché sognavo di conoscerlo». E il sogno si avverò. «Le sere erano tutte all'Osteria di Vito, tra Guccini, i suoi musicisti e gli artisti dell'epoca. Si parlava, si cantava, si mangiava fino all'alba. Erano anni difficili, ma irripetibili». Il legame continuò dopo l'università, seguendo i suoi concerti e ritrovandosi nelle osterie e nei locali bolognesi. Ma uno dei ricordi più belli risale alla seconda metà degli anni ‘80, dopo il concerto di Adria. «Lo invitai nella casa che avevo affittato a Selva di Crespino per fargli assaggiare il baccalà preparato da mia madre. Eravamo più di venti persone: mangiammo, bevemmo e cantammo fino all'alba». Le fotografie qui pubblicate, tratte dai social di Moscatello, raccontano quella serata, con Guccini sorridente accanto al chitarrista Juan Carlos "Flaco" Biondini, al batterista Ellade Bandini e al bassista Marco Nanni. Un altro tuffo nel passato arriva da Enrico Pasqualini, collaboratore dell'Arci.«Lo conobbi a Badia, al Centro Papa Luciani, dove era stato invitato da Edo Boldrin, allora insegnante e non ancora sindaco. Fu un pomeriggio di chiacchiere, battute e bicchieri di vino – spiega Pasqualini - Nonostante ci fosse una chitarra a disposizione, si rifiutò di cantare». Dopo l'incontro, Guccini si fermò in una trattoria della zona. «Ordinò trippa e polenta. Io ero troppo emozionato per chiedergli un autografo e lo fece la ragazza che poi sarebbe diventata mia moglie. Lui, però, sbagliò il mio nome, scrivendolo al femminile». Il giorno seguente, racconta ancora Pasqualini, Boldrin gli confidò che il compenso richiesto dal cantautore erano «due casse di mele delicious», caricate dall'autista sulla vecchia Mercedes che lo avrebbe riportato a Bologna. Guccini era anche questo: un uomo schivo, ironico e autentico.