Bologna – Francesco sotto le luci del palco con la chitarra imbracciata e il fiasco di vino accanto; Francesco da Vito, il ristorante dei cantautori vicino a via Paolo Fabbri 43, intento a giocare a tarocchino fra Lucio Dalla e Jimmy Villotti in quella Bologna dove si mangiava con mille lire, whisky compreso; Francesco nella goliardica allegria dell'osteria delle Dame pronto a rimbrottare l'amico Bonvi, il padre delle Sturmtruppen, che gli chiede a gran voce 'La locomotiva' urlando 'ciuf ciuf'. Ma anche Francesco, lontano da ogni clamore con la moglie Raffaella nella rassicurante quiete di Pavana e di un Appennino ormai disabitato; Francesco, scrittore richiestissimo in corsa perfino nella cinquina finale di un Campiello; Francesco pronto a rivendicare fino all'ultimo il proprio lavoro intellettuale in aperta polemica con Jovanotti.
Adesso che lui, il Maestrone, se ne è andato assumono ancora più vigore i contorni di questa autentica icona capace di attraversare due secoli, di raccogliere l'attenzione di generazioni diverse, di scommettere sulla schiettezza, sulla coerenza e sul coraggio. Attraverso la forza della poesia.
A chi chiedeva se gli capitasse di pensare alla morte, Guccini rispondeva che ancora non era il momento e che ci avrebbe riflettuto poi. “Cerco di stare attaccato alla 'fiopa' e cioè al pioppo, all'albero della vita – ripeteva citando un proverbio dialettale - Fin qui intanto ci sono arrivato e qualcosa ho fatto”.










