Unico fra i cantautori più popolari, Francesco Guccini fin dagli anni ‘80 del secolo scorso ha affiancato a quella musicale un’attività narrativa sempre più consapevole e fortunata. Al punto che, dopo l’ultimo, memorabile concerto tenuto a Bologna nel dicembre 2011, ha concentrato il suo impegno creativo proprio nella scrittura di racconti di varia ambientazione e di grande ricchezza linguistica, giocando sull’intreccio fra tonalità malinconica e impagabile fondamento umoristico. A quel punto aveva però già composto alcune opere di rilievo, in particolare i tre capitoli dell’autobiografia conoscitiva e affettiva che coinvolgeva i tre suoi luoghi del cuore: la Pàvana dei mugnai dove Guccini si sarebbe definitivamente trasferito all’alba del 2000; la Modena della nascita e della prima scolarizzazione, fra il 1940 e il 1960; e la Bologna dell’Università dove aveva incrociato un maestro di Letteratura come Ezio Raimondi e dove si era scoperto cantautore. L’elemento che accomuna Cròniche epafàniche (1989), Vacca d’un cane (1993) e Cittanòva Blues (2003) e che insieme testimonia la straordinaria attitudine linguistica dello scrittore è la sua capacità di assumere a strumento inventivo gli idiomi di queste patrie, senza mai scivolare nei geroglifici dei rispettivi dialetti, ma proiettandone le cadenze profonde nell’eleganza e nella forza comunicativa dell’italiano.
Malinconico e umoristico, il Francesco Guccini narratore
Non se ne va soltanto il cantautore che tutti continueremo ad amare ma anche uno degli autori più originali e autentici della nostra tradizione narrativa










