di Chiara Amati

Dalle castagne di Pàvana alle trattorie emiliane, fino all'amicizia con Carlo Petrini, scomparso lo scorso maggio, il cantautore morto oggi a 86 anni ha sempre considerato la tavola un luogo dell'anima e un gesto politico

Per capire chi fosse Francesco Guccini in tutta la sua grandezza bisognerebbe immaginarlo seduto a un tavolo di legno, con un bicchiere di vino rosso davanti, circondato dagli amici e immerso in una conversazione destinata a durare fino a notte fonda. Perché il cibo, per il cantautore emiliano di nascita e formazione — ma profondamente legato alla Toscana — scomparso oggi all'età di 86 anni, non è mai stato soltanto cibo. Era coscienza collettiva, appartenenza, racconto, identità. Era il modo più autentico per custodire il legame con la sua terra e con la sua gente. In un'epoca in cui la cucina è via via diventata spettacolo, Guccini ha continuato a difendere un'altra visione della tavola: quella delle osterie, delle trattorie di provincia, dei sapori della tradizione e dei prodotti nati dal lavoro paziente dei contadini. Un universo che ha attraversato tutta la sua opera e che lo ha accompagnato fino alla fine.

Pàvana, il piccolo paese dell'Appennino tosco-emiliano in cui era cresciuto e dove aveva scelto di tornare a vivere, è stata la sua geografia sentimentale. Lassù il cibo coincideva con il ritmo delle stagioni, con le castagne, i funghi, le patate, la polenta, le tagliatelle e i piatti poveri della montagna. Più che un esercizio di nostalgia, era un modo per conservare il significato profondo della convivialità. Le osterie, del resto, occupano un posto speciale anche nella sua produzione artistica. Lo dimostra l'inedita L'osteria dei poeti, ma soprattutto l'album Canzoni da osteria, pubblicato nel 2023, in cui Guccini aveva raccolto canti popolari e melodie che appartenevano a un mondo destinato a scomparire pian piano.