L’ultima volta è stata a tavola, a Pavana, nella casa di Francesco Guccini e di sua moglie Raffaella, che di quell’incontro fu l’anima. Con noi c’era il cardinale Matteo Zuppi. Ed è in quella casa che Francesco è morto, stamattina. Di quella serata non ho aneddoti da spendere, e non servirebbero: mi è rimasta invece l’impressione precisa che a quella tavola stesse seduta, senza che nessuno avesse bisogno di formularla, una cosa che penso da quasi sessant’anni e che in queste ore rischia di finire sotto il rumore dei commenti e delle reazioni: il più laico dei nostri cantautori è stato, e resterà, il più amato dai cattolici italiani. Non malgrado la sua laicità: proprio per il modo in cui la esercitava.
Comincio da dove ho cominciato io, da ragazzino, senza sapere ancora chi fosse. Perché all’inizio Guccini non c’era: c’erano le sue canzoni sotto altri nomi. Era il ghost writer del beat italiano, quello che regalava agli altri i pezzi migliori, e “Auschwitz” uscì firmata da due che non l’avevano scritta, perché lui alla SIAE non era nemmeno iscritto. L’aveva composta a ventiquattro anni, dopo aver letto “Tu passerai per il camino” di Vincenzo Pappalettera, e ci volle tempo perché il suo nome tornasse dove doveva stare. C’è poi una coincidenza che a raccontarla fa ancora impressione, e che lui conosceva: il primo convoglio di deportati entrò ad Auschwitz il 14 giugno 1940, il giorno esatto in cui lui nasceva.










