di
Andrea Laffranchi
La forza della parola, come messaggio universale che va oltre lo schieramento
Facciamo un gioco. Immaginatevi il cantautore impegnato tipo. Chiunque di noi lo disegnerebbe con un bel barbone nero, seduto su una sedia, chitarra in braccio e fiasco di vino a fianco. Non è l’identikit di Guccini? Il Maestrone è stato l’icona del cantautorato impegnato anni 70, quello che prima di altri aveva capito la lezione di Dylan, quello che aveva intercettato il pensiero di una generazione e aveva portato una sensibilità sociale e politica nella canzone italiana.
Già come autore, per l’Equipe 84 con «Auschwitz» o per i Nomadi con «Dio è morto», Guccini aveva chiara l’idea che un artista dovesse avere anche una funzione pubblica. Qualcuno lo aveva etichettato come comunista. Errore. Il suo messaggio, sicuramente contro il comune sentire borghese, non aveva connotazione partitica, insofferente all’appartenenza, anarchico. Analisi più che schieramento.











