Guccini era un giusto, un uomo anzitutto per bene in un’epoca di arrivisti, saltimbanchi e presenzialisti; Guccini era un poeta, un eretico, un clerico vagantes che aveva trovato spazio in un’industria, quella discografica, che al massimo del suo splendore tutto poteva esprimere e rappresentare; Guccini era un intransigente, un irriducibile, un raro caso, assieme a pochissimi altri, di persona capace di rinunciare, di dire no, di non cedere alle lusinghe dei media e del potere.
Correva l’anno 1995, e per festeggiare il suo trentesimo compleanno la EMI chiamava a raccolta tutti i suoi più grandi artisti: da Vasco a Battiato passando per Branduardi, Vecchioni, Minghi, Bennato e, appunto, Guccini, tutti erano presenti al Salone delle Feste del Casinò di Campione d’Italia per l’evento intitolato “Le voci del padrone”. Non tutti si esibirono, ma tra tutti solo uno negò il consenso a far trasmettere la propria performance su Italia 1: “È la prima volta che un artista – commentava il quotidiano La Stampa di Torino – si rifiuta volontariamente di partecipare ad una trasmissione del Biscione per ragioni politiche”.
Antiberlusconiano di ferro, compagno della più nobile schiera, Guccini è stato la voce di classe per eccellenza, una classe che in lui ha trovato il più nobile padre possibile, quella proletaria. La sua musica, popolare per definizione, ha voluto esprimersi con l’immediatezza necessaria a farsi narrazione collettiva, manifesto contemporaneo, coscienza di classe, con una semplicità d’impianto che nulla ha avuto mai da invidiare alle più alte sfere accademiche: “I cantautori sono molto sottovalutati – commentava Franco Battiato nell’ottobre del 1990 -: la cultura ufficiale ha deciso che siamo di poco conto, che ce la poesia con la P maiuscola. Secondo me, i poeti difficilmente arriveranno a cogliere quel che hanno colto certi cantautori; ma non faccio differenze, come non faccio differenze fra certi cantautori e certi musicisti del passato. Dire che Fossati, Guccini o De Gregori sono meno di Donizetti è da ridere. Forse sono di più”.











