Dall'invettiva contro l'ipocrisia all'amore per Rossana, Cirano è uno dei vertici della poetica di Guccini. Scritto con Beppe Dati e ispirato al personaggio di Edmond Rostand, il brano racconta il rifiuto del compromesso e la forza della fragilità

Non è soltanto una canzone d’amore. Cirano è forse il testamento poetico più feroce di Francesco Guccini, morto oggi, 6 agosto, all’età di 86 anni. Un’invettiva contro il conformismo, l’opportunismo e l’ipocrisia di quella società che lui liquida con l’immagine dei «nasi corti». Pubblicata nel 1996 all’interno dell’album D’amore di morte e di altre sciocchezze, la canzone rilegge il celebre personaggio della commedia teatrale di fine Ottocento di Edmond Rostand trasformandolo in un uomo del nostro tempo. Un poeta, un idealista, un emarginato che fa della propria imperfezione, il naso grosso, una forma di libertà e della parola un’arma contro il potere, la mediocrità e i compromessi. Scritta insieme al paroliere Beppe Dati e arrangiata da Giancarlo Bigazzi, Cirano nasce da un’intuizione che Guccini raccontò con la consueta ironia: «Come nascita, non è mia – ammette -. Anche se il testo buona parte mi appartiene. Mi piaceva l’idea di questo eroe di spada, e allo stesso tempo poeta, costretto dal suo naso enorme a scrivere versi per un altro».