Ognuno, di Francesco Guccini, ha la sua canzone. Il Maestrone è stato uno di quei cantautori che ha dato le parole a più di una generazione: la sua, quella che usciva dalla Seconda guerra mondiale e che poi è diventata quella delle lotte, ma anche quella successiva che con le sue canzoni ha imparato l’amore e la nostalgia, oltre alla battaglia per i diritti. E quella successiva ancora, per cui era già un mito che parlava una lingua quasi antica ma così moderna nel raccontare la vita e la morte.
Per molti, la sua canzone è stata La locomotiva, inno anarchico che ha invaso le piazze delle manifestazioni. Nella sua versione più lenta e con molte strofe, oppure più spesso nella cover dei Modena City Ramblers che la avevano accorciata e resa più veloce, a enfatizzare quel «Una locomotiva, come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia». A lui era piaciuta quella versione di una canzone che aveva scritto in meno di un’ora e che, in effetti, gli sembrava fosse venuta troppo lunga.
Per altri, meno politicizzati o meno legati ai riti collettivi di piazza, Guccini ha saputo essere il cantore dell’amore: quello rabbioso di Quattro Stracci, quello incompreso di Vedi cara, quello improvviso di Autogrill. Ce ne sarebbero molte altre, ma nella sua vasta discografia ognuno sceglie quelle che più risuonano nel suo modo di vedere il mondo.










