La spiaggia color antracite di El Tarajal non è il posto più affascinante in cui trascorrere le vacanze estive. Quantomeno, dai tavolini della cafetería “Puerta de Europa” si può sorseggiare un tè alla menta e godersi la vista sulla frontiera tra Spagna e Marocco. Quel braccio di mare, cinto da moli fortificati, separa l’Africa e l’Unione europea.

Da quei tavolini, nei giorni scorsi, sarebbe stato possibile assistere all’impresa dei quasi sessantamila marocchini – in maggioranza maschi adulti, ma anche circa settemila minori non accompagnati – che hanno preso d’assalto la frontiera. In alcuni video, salutano felici gridando «¡Viva España!» e «gracias Ceuta». In altri, vengono inseguiti dai ceutì, che li stanano a bastonate. Comunque la si pensi sulla migrazione, questa è una vicenda assurda e dai contorni nebulosi. In questa newsletter parliamo di autonomia strategica europea, vale allora la pena chiedersi cosa c’entri questa crisi con uno dei concetti più evocati a Bruxelles negli ultimi anni.

Non è la prima volta che accade. Già nel 2021 Ceuta fu teatro di un episodio simile, anche se caratterizzato da numeri inferiori. Nella lettera che Pedro Sánchez ha inviato sabato alle istituzioni europee, il premier spagnolo ha richiamato i dati raccolti da Frontex sugli ingressi irregolari tra il 2021 e il 2026. La maggior parte degli ingressi continua ad avvenire lungo la rotta del Mediterraneo centrale, seguita da quella balcanica e da quella orientale. Quella spagnola resta una delle frontiere esterne meno permeabili dell’Unione, nonostante sia l’unica ad avere un confine terrestre con l’Africa. È proprio questa apparente stabilità che rende quanto accaduto a Ceuta così eccezionale. La crisi ha anche mostrato, ancora una volta, quanto sia fragile la solidarietà europea. L’Italia ha reagito sospendendo Schengen: una misura dal valore prevalentemente simbolico, più utile a trasmettere un messaggio politico che a incidere sulla gestione di una crisi che riguarda l’intera frontiera esterna dell’Unione.