Raffaele Bonanni
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Il problema non è che la politica litighi. Il tema è che sembra non saper fare altro. L’appello del Presidente della Repubblica a mettere da parte le polemiche per affrontare le urgenze del Paese è durato appena ventiquattr’ore. Poi è ricominciato il copione di sempre: accuse reciproche, slogan, propaganda. Lo scontro ha di nuovo occupato il dibattito pubblico, mentre i problemi dei cittadini sono scivolati sullo sfondo. È il segno di una politica che preferisce il consenso immediato alla responsabilità del governo, consumando energie nella comunicazione invece che nelle decisioni.
La crisi dei partiti
Governare significa l’opposto. Significa comporre interessi diversi, costruire convergenze. È questa la missione della democrazia rappresentativa. Oggi, invece, il compromesso viene liquidato come una resa e il dialogo come un cedimento. Così la politica rinuncia alla sua funzione più alta: trasformare il conflitto in decisioni. Le ragioni di questa deriva sono profonde. I partiti hanno smesso di essere luoghi di partecipazione, formazione e selezione della classe dirigente. In molti casi sono diventati organizzazioni chiuse, dominate da ristrette oligarchie. Gli iscritti contano sempre meno, il confronto interno si è impoverito e la scelta dei candidati è concentrata nelle mani di pochi.








