Quando in Senato abbiamo lanciato la raccolta firme su change.org, per spezzare la tensione abbiamo giocato sul numero delle adesioni. In quanti avrebbero sottoscritto l’appello che la Fondazione Luigi Einaudi stava proponendo con Carlo Cottarelli per approvare il suo disegno di legge?
Il testo, come noto, era semplice e chiaro: i partiti politici, quando presentano le candidature per il Parlamento, devono affiancare alle proposte di programma le indicazioni del loro costo finanziario. Proponi l’aumento delle pensioni minime? Ottimo, allora spiega accanto quanto costerà e dove prenderai le risorse necessarie. Vuoi incrementare le misure per sostenere la procreazione contro il calo demografico? Ottimo, ma devi dire come lo farai concretamente. E nella spiegazione devi essere credibile perché sarà l’Ufficio parlamentare di bilancio a rivelare se si tratta di coperture credibili.
Passa da qui, insomma, il confine tra libro dei sogni e programma di governo; passa da qui la differenza tra una compagna elettorale a chi la spara più grossa e un confronto sereno che consente agli elettori di valutare chi scegliere per guidare il Paese dal 2027. Certo, come dice l’amico e collega Luigi Di Gregorio, che di programmi elettorali ne ha scritti molti, sono pochissimi gli elettori che li leggono per decidere come votare. Sì, va bene, ma dare al dibattito i numeri per discutere ben può aiutare i candidati a non dare i numeri caso. O a non darli per nulla se non sono seri. Bene così, quindi, per un voto più libero e consapevole per tutti.










