Sarà capitato anche a voi, non di avere una musica in testa come cantava Mina nella sigla di Canzonissima del 1968, ma di cedere alla tentazione spontanea di precipitarvi a vedere i luoghi più noti e iconici di una città visitata per la prima volta. L'impulso inconsapevole che spinge a soggiacere al déjà vu, piuttosto che affrontare l'ardua ricerca dello spirito segreto e più autentico di un luogo, è un fatto noto e ampiamente analizzato dall'antropologia del turismo. Nel caso di Venezia, questo assume un valore e un significato ancora più rilevanti. I milioni di turisti che ogni anno percorrono a fatica, va detto le affollatissime calli veneziane sembra non abbiano altro scopo che ripercorrere il cammino già fatto dalle moltitudini che li hanno preceduti: sostituire il ricordo di ciò che hanno visto attraverso gli occhi degli altri le fotografie, i film ambientati nella città lagunare, persino i quadri incrociati in qualche visita museale con la visione dal vivo di quelle stesse visioni. Il fatto è che Venezia, come ricorda l'autore, "è una città decantata, dipinta, raccontata, fotografata e immortalata in un migliaio di film, così tanto che forse ne abbiamo perso la vera sostanza". Questa considerazione è il punto di partenza di un'analisi che, con la lucidità di un entomologo intento a osservare una specie particolarmente evoluta nella costruzione di trappole per l'occhio e per la mente, ambisce a rispondere alla domanda: come si fabbrica un mito? O meglio, e più precisamente: come si è costruito, affermato e perpetuato il mito di Venezia? Nelle sue radici, che partono dall'Ottocento, si ritrova "il sogno di Venezia" che non è una metafora ornamentale, ma una tesi.
Venezia, all'origine del mito: Giuseppe Ghigi descrive gli stereotipi dell'Ottocento
Sarà capitato anche a voi, non di avere una musica in testa come cantava Mina nella sigla di Canzonissima del 1968, ma di cedere alla tentazione spontanea di precipitarvi a vedere i luoghi...









