Franco Baresi, il capitanoChe eredità ci lascia Franco Baresi, salutato ieri per l’ultima volta da ex compagni, avversari e da un popolo rossonero con il magone in gola? Un campione sì ma non solo. I tremila radunati ieri in Sant’Ambrogio la dicono lunga su quanto fosse amato.

D’accordo, parliamo di uno che ha vinto tutto. Ma non basta, c’è anche (e soprattutto) l’uomo la cui statura ha viaggiato di pari passo ai successi. Franco Baresi non era un predestinato eppure ci ha insegnato che anche un Piscinin può diventare Kaiser Franz.

Con il lavoro, il sacrificio e la tenacia si può aspirare a grandi traguardi. Pur rimanendo piccoli e gracilini, come quel ragazzino di Travagliato. Franco Baresi è l’emblema della leadership silenziosa, un Capitano schivo che preferiva le scivolate alle interviste, autorevole ma non autoritario.

Mai primadonna, mai sopra le righe. Semmai primus inter pares, un campione che ha sempre anteposto il fare al parlare, un modo molto lombardo di concepire il proprio ruolo, il lavoro, la vita. Anche di fronte ai trionfi e alla fama. Prima dimostri, poi al massimo racconti.

Un campione vero e un uomo autentico: le lacrime di Pasadena dopo la finale di Usa ‘94 persa con il Brasile ai rigori e Arrigo Sacchi che lo abbraccia e lo consola come un padre con un figlio sono lì a ricordarcelo per sempre. Di Franco Baresi ricorderemo anche l’attaccamento e la gratitudine: vent’anni – dalla B all’Intercontinentale – trascorsi in un unico club, quello che per primo credette in lui; e una venerazione per Berlusconi (“Silvio era come un padre per me”), che portò lui e il suo Milan là dove nessuno avrebbe mai immaginato.