Alla vigilia di essere sottoposto (avrebbe dovuto farlo oggi) al supplizio della Commissione Covid, Giuseppe Conte ha sferrato un duro colpo al gruppo dirigente del Pd. Dopo la sortita di Napoli (al cospetto di una silente Elly Schlein), è tornato — stavolta ad Asiago — a chiarire cosa pensa del conflitto esploso il 24 febbraio 2022 con il brutale intervento militare della Russia contro l’Ucraina. Se sarà designato candidato del centrosinistra e vincerà le elezioni, ha annunciato, l’Italia non darà più armi a Kiev. Lui stesso si incaricherà poi di fare una telefonata di «sostegno» all’«aggredito» Zelensky e immediatamente dopo si rivolgerà all’aggressore per condurlo per mano a un tavolo di trattativa. L’avrebbe dovuto fare già Mario Draghi, ha precisato, ma Draghi — pur invitato per ben due volte dall’autocrate russo e sollecitato dallo stesso Conte — si è sottratto al compito. Adesso ci penserà lui, il leader pentastellato. E così finalmente, almeno lì, avremo la pace. Alla faccia — ma questo Conte non lo ha detto — delle decine di interventi confusi e infruttuosi di Donald Trump.

Dobbiamo ammettere, pur avendo in materia di politica internazionale opinioni opposte a quelle del presidente del M5S, che l’uomo ha imparato a fare politica. E sa come stanare gli avversari. I quali peccano — come è già accaduto in passato — per lentezza di riflessi. Ormai è chiaro anche ai più infervorati sostenitori di Schlein che i tempi scelti per impostare l’offensiva contro Giorgia Meloni sono di tipo asiatico.