Le immagini arrivate dalla Val di Susa non raccontano una protesta. Raccontano una giornata di violenza inaudita, di devastazione e di scontri organizzati che hanno lasciato sul terreno decine di uomini delle forze dell’ordine feriti. Una pagina buia che dovrebbe indignare chiunque creda nello Stato di diritto e nei valori della nostra democrazia, indipendentemente dalle proprie idee politiche.Da anni una parte dell’area antagonista e anarchica che ruota attorno al centro sociale Askatasuna rappresenta uno dei simboli più controversi dell’estremismo legato al movimento No Tav. Sarà la magistratura, come sempre, ad accertare con professionalità, rigore e imparzialità tutte le responsabilità individuali per quanto accaduto in Val di Susa. Sono certo che lo farà con la serietà che contraddistingue il lavoro della giustizia italiana. Sul piano politico e civile, però, una riflessione non è più rinviabile: non si può continuare a tollerare che l’estremismo violento anarchico e non trasformi il dissenso in guerriglia, devastazione e paura.Quando si incendiano strutture, si lanciano oggetti contro poliziotti, carabinieri e finanzieri, si assaltano cantieri e si mette a rischio la vita delle persone, non si difende alcuna idea. Si sceglie la strada della sopraffazione. Chi ricorre alla violenza rinuncia automaticamente alla forza delle proprie ragioni e deve essere perseguito con severità e senza alcuna esitazione. Lo Stato ha il dovere di reagire con fermezza contro chi pensa di poter sostituire il confronto democratico con la forza e l’intimidazione.Le forze dell’ordine erano in Val di Susa per svolgere il proprio dovere, garantire la sicurezza e far rispettare la legge, non per affrontare una guerriglia. Eppure si sono trovate davanti a un livello di aggressività che non dovrebbe trovare spazio in una democrazia moderna. Ogni agente ferito rappresenta una ferita inferta allo Stato e ai cittadini onesti che quelle divise proteggono ogni giorno con sacrificio e dedizione.Per troppo tempo una parte dei centri sociali più radicali è stata raccontata come una semplice espressione di dissenso. Ma quando attorno a determinate realtà si ripetono episodi di violenza, devastazione e scontri, è doveroso che le istituzioni reagiscano con determinazione. Chi si rende responsabile di questi atti criminali deve essere individuato e rispondere davanti alla giustizia. La libertà di manifestare è un diritto garantito dalla Costituzione; la violenza organizzata, invece, non può e non deve mai trovare alcuna giustificazione, anzi deve trovare uno Stato forte che sappia con il pugno di ferro fermare arrestando e sbattendo il galera questi delinquenti.