La violenza arriva sempre dopo, ma si prepara prima. Aspetta ai margini di una manifestazione pacifica, nascosta sotto un cappuccio, protetta dall’anonimato di una divisa nera, armata di mazze, pietre e bottiglie incendiarie. Poi si stacca dal corteo, occupa la scena e la rovescia: cancella le ragioni della protesta, trasforma i cittadini in comparse e lascia soltanto fuoco e feriti. È accaduto al cantiere della Tav, assaltato con una tecnica che non ha nulla dell’improvvisazione, mentre pietre e molotov investivano poliziotti, carabinieri e automezzi. Era accaduto qualche giorno prima a Bologna, dentro il corteo per Abderrahim Fakir, morto mentre due agenti lo immobilizzavano. Cambiano la città e il pretesto, non il copione.Non siamo davanti a qualche frangia che perde il controllo, ma a gruppi che cercano il controllo dello scontro, lo preparano e lo dirigono. Il corteo non è la loro causa: è l’occasione. La protesta non è il loro linguaggio: è il riparo dietro cui avanzare. La violenza smette di essere un mezzo e diventa il fine, l’identità, l’unica forma di appartenenza.Qui nasce una responsabilità che non può essere scaricata soltanto sulla polizia. Le forze dell’ordine intervengono quando la legalità è già stata violata e il corteo è già prigioniero dei suoi assalitori. Un tempo partiti e sindacati disponevano di servizi d’ordine capaci di riconoscere, isolare ed espellere i provocatori. Oggi quelle strutture non esistono più, ma rimane intatto il dovere politico di proteggere una manifestazione da chi vuole usarla come campo di battaglia. Difendere il diritto di protesta significa impedire che venga confiscato da chi considera ogni piazza un territorio disponibile per la guerriglia.Occorre dunque tracciare un confine netto: la legalità. Non come rifugio d’ordine contro il dissenso, ma come garanzia del dissenso stesso. Senza quel limite, la libertà di manifestare diventa privilegio del più forte, la parola arretra davanti alla spranga e ogni causa finisce giudicata non per le sue ragioni ma per le rovine lasciate lungo la strada. È questo il risultato politico dei violenti: screditare la protesta, spaventare i cittadini, offrire al potere l’alibi per restringere gli spazi pubblici e le libertà collettive.Se non fossimo già entrati nella stagione elettorale, destra e sinistra dovrebbero riconoscere la minaccia e stringere un patto contro la violenza politica, un patto per la libertà democratica che cominci dal rifiuto unanime della forza come argomento, dall’isolamento concreto dei violenti, da un codice di responsabilità degli organizzatori di un corteo, dalla difesa delle forze dell’ordine e dei manifestanti pacifici, dalla fermezza dello Stato dentro le regole e dalla tutela del diritto di manifestare.Un’intesa su questi punti converrebbe a entrambi gli schieramenti. Alla destra consentirebbe di dimostrare che la fermezza non coincide con la compressione delle libertà costituzionali. Alla sinistra permetterebbe di sgomberare definitivamente il campo dall’ambiguità verso una galassia antagonista che finisce per danneggiare soprattutto le manifestazioni promosse dall’opposizione. Sarebbe il modo più serio per spegnere le molotov e, insieme, la tentazione di trasformare ogni dissenso in reato. Perché la democrazia vive soltanto se protegge la piazza da chi vuole devastarla, macchiando con la violenza il diritto di manifestare pacificamente.
Patto bipartisan per la libertà democratica
Serve un confine netto: la legalità non contro il dissenso, ma come garanzia del dissenso stesso












