Di fronte al ritorno della violenza politica, non bastano condanne formali e prese di distanza tardive. La lezione degli anni di piombo indica una strada precisa: unità tra le forze democratiche, isolamento degli estremismi e nessuna ambiguità verso chi legittima la cultura della violenza. L’opinione di Giorgio Merlo
C’è un solo modo, concreto e pubblico, per stanare le furbizie e gli ormai celebri “distinguo” sul capitolo della violenza politica. Ormai, e purtroppo, sempre più diffusa e sempre più ramificata nel nostro Paese. Parliamo, cioè, di una violenza politica ormai collaudata e presente in molteplici manifestazioni che vengono puntualmente organizzate da realtà o contigue o che comunque non prendono mai in seria considerazione l’ipotesi di una distanza netta da quei mondi. Si tratta di quei gruppi antagonisti riconducibili all’area frastagliata e composita dell’estremismo di sinistra che individua il nemico da battere e da annientare nello Stato democratico, nelle Forze dell’Ordine soprattutto e in tutto ciò che è riconducibile ai principi e ai valori democratici.
Ma, e per tornare all’inizio di questa riflessione, adesso c’è una sola strada per battere questa deriva criminale e terroristica che rischia, se non adeguatamente affrontata e governata, di mettere in discussione le regole fondanti del nostro ordinamento democratico. E la strada è già stata praticata nel passato di fronte alla stagione, ancora più drammatica e devastante, del terrorismo rosso negli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80. Ovvero, la ricetta si chiamava ieri e si chiama oggi “unità politica ed istituzionale”. Unità innanzitutto e soprattutto tra i partiti, tra tutti i partiti. Di maggioranza e di opposizione. Un’unità, però, non di facciata o meramente protocollare o burocratica.











