Se cambia l’inquadratura, cambia la scena. E quella della val di Susa, con le forze di polizia attaccate dall’esercito dei black bloc, i guerriglieri neri d’Europa, gli eversori pluridecorati, i più violenti e pericolosi frontman della guerriglia urbana, è stata, senza alcun dubbio, la prova più clamorosa dell’inefficiente organizzazione dell’ordine pubblico. Ora che è passato qualche giorno dagli scontri, e il fuoco della polemica è quasi spento (ma niente paura, è pronto un tizzone ardente per il prossimo fatto di cronaca), possiamo anche tentare di guardare a quei fatti da un altro punto di vista. Dipende infatti da dove ti metti per dire cosa vedi.

Numero uno. Il ministro dell’Interno ha chiesto alla questura di Torino se si conosceva in anticipo la data di questa manifestazione? Immaginiamo di sì. E se si sapeva che proprio in questa, tra le decine di altre, cova la capacità di allineare una dimensione eversiva di tutto rispetto?

Se sì, la Digos aveva percezione che il nucleo trainante dei black bloc avesse ancora una volta radici francesi, che una quota di diverse centinaia di incappucciati fossero cioè cittadini francesi, alcune altre decine venivano dalla Spagna, dalla Germania e dal Belgio? Se sì, come siamo certi che la Digos abbia risposto, si era nella condizione di attivare il cosiddetto fermo preventivo, in ragione del curriculum di questo esercito dei neri d’Europa, questa armata organizzata per dimostrare con la violenza la capacità di inquinare il dibattito pubblico?