"Sono in ferie ma dimmi": è la frase dell'estate. Non è la prima volta che la sentiamo dire, da tempo c'è per tutta una ampia gamma di lavoratori (di cui non fanno parte i dipendenti di uffici o fabbriche che chiudono in giorni fissi e prestabiliti), che continua ad essere in relazione con interlocutori, committenti, clienti 365 giorni l'anno che diventano 355 togliendo Natale, Capodanno e Ferragosto. E così alle già gravi difficoltà personali di disconnessione, vista la dipendenza conclamata per il telefonino o il tablet a portata di scroll per controllare notizie e mail, ci si è messa anche la telefonata o il whatsapp di 'lavoro'.L'asticella del 'vero lusso' è cambiata di nuovo: il 'vero lusso' ora non sono vacanze dorate e costose, lontane e esclusive ma ferie eremitiche, dove non siamo raggiunti dall'interlocutore di turno con una richiesta, una domanda, un consiglio, una proposta alla quale rispondiamo appunto 'Sono in ferie ma dimmi'. Finiamo per essere in vacanza, ma sempre pronti a interagire, notifiche attive e soluzioni non procrastinabili. Il lavoro invade le ferie, le ferie finiscono per assomigliare al lavoro. E' triste ed è la realtà, magari non per tutti ma per tanti si. E così i social stessi ti inseguono prodighi di consigli, cosa fare, cosa non fare, come disconnetterti, come non farti trovare. Il sacro concetto delle ferie in quanto giorni di vita di riposo sudato, guadagnato, oltre che meritato non è un diritto attivo ma da confermare e alla fine quasi perdere. Un complesso di colpe, di chi non sa dire di no certamente, di chi ha accettato di buon grado di non concentrare le ferie ad agosto come si faceva un tempo e dunque se vado in vacanza a giugno nessun interlocutore di lavoro pensa di intromettersi nel tuo riposo, per fare un esempio del famoso cane che si morde la coda, di chi considera che dalla ruota iper performante in cui poveri criceti ci troviamo non si possa più scendere. Come fare, a parte chiudersi in una baita senza wifi, prospettiva stupenda ma forse un po' strong per la gran parte di noi? Ragioniamo.La frase 'Sono in ferie ma dimmi' è il simbolo nuovo di questo società liquida, secondo la definizione predittiva del sociologo Zygmunt Bauman coniata nel 2000, nel cui tempo mutevole, flessibile, sfuggente, senza confini anche il riposo sembra dover essere sempre disponibile. La diamo in automatico come risposta, quasi timidamente chiedendo scusa per essere addirittura in vacanza in un periodo non compreso più come tale, a parte l'eccezione della settimana di Ferragosto. Le ferie, come un po' tutto di questo mondo nostro, sono esse stesse una condizione precaria, il corpo ha bisogno di rallentare, il cervello pure ma continuiamo di fatto a lavorare, incapaci di smettere essendo idealmente liberi di farlo... in piena reperibilità.Senza diventare neo luddisti, senza rifiutare il progresso tecnologico, diciamo che la fantastica invenzione del pc portatile, del tablet, dello smartphone in grado di fare ogni capriola, e di farci lavorare da remoto è pure all'origine del guaio: se raggiungo il lavoro a distanza connettendomi da ovunque come fossi in presenza, il fuoco amico che mi colpisce è che pur a distanza il lavoro raggiunge me sempre e io ci sono sempre per tutti. Workation, il lavorare da remoto da una meta di vacanza, è da qualche anno un trend, super bello perché accendiamo il computer o ci colleghiamo con Zoom da posti con vista rilassante: il sospetto è che la tendenza cool ci abbia preso un po' troppo la mano. L'out of office agognato si trasforma in ansia di perdere qualcosa, una mail inevasa, un messaggio importante e così di staccare veramente e sul serio non se ne parla e chi ci riesce beato lui. Il filosofo Byung-Chul Han in uno dei suoi best seller, La società della stanchezza parla della nostra come società della prestazione, siamo liberi ma schiavi dell'iperproduzione, i vecchi divieti sono sostituiti da uno sfruttamento che arriva ad essere volontario, in sostanza ci autosfruttiamo, il tempo che viviamo in vacanza non è mai veramente di pausa. Se poi alle richieste di lavoro ci si mette la connessione social per cui ogni posto è un post, ogni panorama è una foto, ogni piatto è un food tips, ogni viaggio è una lista di luoghi consigliati da spuntare temendo che se stacchiamo, ci esclissiamo, saremo dimenticati, ecco che siamo noi stessi prigionieri di un tempo solo teoricamente 'libero'.Le piattaforme sono piene di suggerimenti per il detox estivo digitale e anche di rimpianti: Valerio Amilcare in arte Mangiasogni, un artista e anche scrittore (Niente è come prima, romanzo illustrato per Giunti Editore) ha pubblicato su Instagram un racconto per immagini 'Ti ricordi quando le vacanze erano veramente vacanze?" Quando passavi, giorni, settimane, in un luogo, ed eri solo lì. Passeggiavi la sera, mangiavi il gelato, ritrovavi amicizie estive che forse avevi conosciuto un anno prima e poi dimenticato, mandavi una cartolina a casa per dire come stavi e al rientro rivedevi tutti e ti raccontavi le vacanze. Ora, dice Mangiasogni, prendo un volo low cost per andare lontano ma il mio mondo è sempre vicino, mi sveglio in hotel, controllo le notifiche, rispondo a mail di lavoro, se mangio bene faccio una story, faccio un video divertente che mando live agli amici. Come acqua il mio quotidiano si infiltra nel tempo della vacanza, diluendola". Riflessioni condivisibili: se poi il quotidiano, che comprende anche il lavoro, si fa invadente, la vacanza di fatto si riduce a poco. Unica convenienza: il ritorno dalle 'ferie' non sarà uno choc, non ci sarà bisogno di riabituarsi perché l'abitudine non l'abbiamo mai persa.