di

Andrea Galli

Nel 1979 fu don Verzé a volerlo a Milano, da allora il lavoro di don Antonio Mazzi è stato enorme. L'unico cruccio: «Questa salute che mi costringe a fare i tagliandi in ospedale»

Gli giravano assai spesso le balle — come da precisa sua scelta lessicale, attenzione —, e ancor più le faceva girare. Quel prefetto lì non ha energia, sentenziava, e quel sindaco oh signur!, s’arrabbiava, e la borghesia di Milano quant’è egoista, ma egoista per davvero ripeteva, quella borghesia stessa poi, afflitta dai sensi di colpa, che incrementava le donazioni staccando assegni, e la chiesa, un disastro la chiesa, sbuffava, e i preti, lasciamoli perdere i preti che fan danni, e gli insegnanti non ne parliamo, ma dove l’hanno messa la passione, domandava invero sapendo la risposta, e poi le madri e i padri, s’addolorava, che ci sono ma non ci sono, si comportano come fossero loro i figli, genitori mosci, viziati, lamentosi, elencava, ma in ogni modo, al principio e alla fine, una cosa soltanto mandava in bestia per davvero don Antonio Mazzi: «Questa salute qui che mi costringe a dei tagliandi in ospedale e a starmene fermo a casa», e per casa s’intenda la comunità, ripeteva con la voce tuonante ormai di piuma nei tempi ultimi suoi e anche nostri, tipi così segnano epoche e lasciano solchi sull’asfalto, mica tracce su di una piccola zolla in campi di periferia.