Lunedì Milano si ferma per un prete che ha passato più di quarant’anni in fondo a un parco, e non è una formalità. Il lutto cittadino, i funerali in Sant’Ambrogio: questa è una città che la carità l’ha sempre saputa fare meglio di quanto sappia raccontarla, e la cascina all’estremità del Parco Lambro è uno degli indirizzi in cui quella vocazione ha continuato a funzionare davvero. Va messa fra i titoli di merito di Milano, non fra le sue emergenze.
Aveva un carattere e non se ne scusava. Allegro e spiccio, cordiale fino alla confidenza immediata e insieme capacissimo di tagliar corto senza riguardi. Chi lo incontrava la prima volta poteva restarne spiazzato; chi lo frequentava capiva presto che quella fretta era una forma di rispetto. Non ti studiava: ti prendeva sul serio subito.
La sua storia la sanno tutti e lui l’avrebbe liquidata in mezzo minuto. Arriva a Milano nel 1979 per dirigere l’Opera don Calabria, a due passi da un Parco Lambro che allora era una delle piazze dell’eroina più grandi d’Europa. Doveva occuparsi d’altro e si trovò davanti una generazione che si stava perdendo. L’ha descritta una volta per tutte — la ricostruzione più bella è quella di Elisabetta Soglio sul Corriere — così: "Passeggiavo in mezzo a tappeti di siringhe e soccorrevo ragazzi sballati, a volte in fin di vita". Il verbo che conta, lì dentro, non è soccorrevo. È passeggiavo: stare in un posto abbastanza a lungo da poterci camminare senza spaventarsi. Nel 1984 il Comune gli affidò la cascina Molino Torrette e da allora l’indirizzo non è più cambiato: ci ha abitato, ci ha fatto passare migliaia di ragazzi che nessuno voleva più, ci è morto venerdì.










