Forse non si è mai vista una campagna elettorale così anticipata e confusa. E sì che il nostro Paese ne ha conosciuti di scontri epocali: l’ideologia, la violenza, il terrorismo. Ma l’affanno, l’improvvisazione, la confusione appunto, con la quale si è avviata una sfida destinata a durare più di un anno, perché è lunghissimo il tempo che ci separa dal voto, ha davvero pochi precedenti.Ci sono delle ragioni, non c’è dubbio. Fino a pochi mesi fa, prima dell’assalto di Roberto Vannacci e della sconfitta al referendum, la coalizione guidata da Giorgia Meloni pareva destinata a durare ben più di una legislatura. Stessa fibrillazione nel campo largo, che con la tecnica del «tutti dentro» è forse in grado di competere per il governo. Ma più passa il tempo più le divisioni, soprattutto sulla politica estera, lo logorano. E non è certo che, chi perderà la sfida per la leadership, sia davvero disposto a mettersi al servizio del vincente. Insomma, la sensazione è che l’Italia della politica si stia avvitando su se stessa, tutta concentrata sull’ansia e il timore della sfida elettorale.

È imprudente limitarsi a fingere di ascoltare le parole del presidente della Repubblica quando dice che le tensioni tra i partiti non devono distogliere l’attenzione dai problemi reali del Paese. E quando invita al «reciproco rispetto, senza inopportuna aggressività verbale, spesso immotivata e anche controproducente».Controproducente: perché è netta la sensazione che i cittadini, gli elettori, siano stufi delle iperboli, delle urla, della demagogia. E lo dimostrano andando sempre meno a votare. Carlo Azeglio Ciampi, maestro di semplicità comunicativa, avvertiva: «La maggioranza deve avere disponibilità all’ascolto, nell’opposizione non prevalga il puro ostruzionismo». Luigi Einaudi: «Milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli».