VENEZIA Più che alla premier Giorgia Meloni e al ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, che il giorno dopo l'attentato si affrettarono a esprimere solidarietà e vicinanza, sarebbe stato forse il caso di dare peso al comportamento dei genitori di Adriano Cappellari. Fuori casa per una gita nel weekend, decisero di non interrompere la loro vacanza nemmeno di fronte alle notizie dell'attentato incendiario che in quelle ore fioccavano da siti e agenzie di stampa. L'esito dell'indagine condotta dalla Procura di Vicenza sul caso del giornalista di Enego minacciato insieme a don Patriciello, è desolante. Il ventenne è stato infatti indagato per simulazione di reato e calunnia. Si è inventato tutto, o almeno questo emerge dagli accertamenti condotti fino a questo momento dai carabinieri. Il prete di Caivano si dispera: «Stento a credere che si sia inventato tutto». E il sindacato dei giornalisti del Veneto invoca il principio di presunzione di innocenza. Ma intanto tocca rileggere completamente i fatti successi nell'ultimo anno a questo giovane cronista dell'Altopiano di Asiago.

Minacce Tutto era iniziato infatti con tre lettere minatorie ricevute il 5 novembre, l'11 dicembre e il 16 febbraio: minacce di morte nei suoi confronti, di Giorgia Meloni e di don Patriciello, corredate da fotografie con i loro volti cerchiati di rosso e barrati da una «X». Anche il sacerdote ne aveva ricevuta una a Caivano. E così Cappellari, che sul giornale locale del suo paese aveva intervistato proprio don Patriciello, era stato messo "sotto tutela" con una leggera scorta, che è stata rafforzata dopo il 30 maggio, dopo quello che sembrava un attentato incendiario contro di lui. Alcune bombolette di gas vennero date alle fiamme davanti alla sua casa di Enego e subito l'episodio suscitò preoccupazione e fece salire ai livelli massimi l'attenzione delle istituzioni. Tant'è, appunto, che sia la premier che il capo del Viminale, si affrettarono a esprimere la loro vicinanza. Sembrava strano che la criminalità organizzata potesse spingersi fino a Enego per intimare il silenzio a un giornalista che racconta l'Altopiano. Più verosimile era l'ipotesi della faida locale, nata in seguito alla denuncia fatta dallo stesso Cappellari alla trasmissione Report, contro alcuni ex amministratori locali accusati da lui di non aver restituito soldi alla comunità. Ma la verità, al momento, sembra essere tutt'altra. Decisive le immagini della videosorveglianza, esaminate dai carabinieri del Ris. Ma c'è anche l'esame degli acquisti online delle stesse bombolette e dell'alcol usato per incendiarle. Sarebbe stato lui stesso a comprarle e a farsele recapitare a casa. I carabinieri della Compagnia di Bassano del Grappa ieri l'hanno perquisito a casa, analizzando da cima a fondo i luoghi e anche il suo computer. Telecamere Nei filmati si vede una persona alta tra 1 metro e 69 e 1 metro e 75, in tuta da ginnastica. È l'esecutore materiale dell'attentato. Sul luogo dell'incendio i militari hanno raccolto gli indizi che hanno permesso di risalire al tipo di bombolette di gas, e ne hanno verificato l'acquisto su una piattaforma di e-commerce. Le uniche consegne di questi prodotti a Enego corrispondevano ad altrettanti acquisti fatti da Cappellari: quattro cartucce di gas butano/propano il 25 aprile, sei bottiglie di alcol etilico il 29 aprile, consegnati il 4 maggio. La sua altezza risulta poi compatibile con quella della persona mascherata ripresa dalle telecamere al momento del deposito della busta e dell'innesco della bombola di gas, avvenute alle 23.28 del 30 maggio. Il giovane cronista viene inquadrato sempre dalle telecamere alle 23.11 e alle 23.35 mentre filma con il cellulare le fasi finali dello spegnimento dell'incendio. Elementi questi che hanno indotto il procuratore di Vicenza Lino Giorgio Bruno a metterlo sotto indagine. Ed è un fulmine a ciel sereno, anche per coloro che nel frattempo avevano costruito intorno a lui una rete di protezione. Il 14 luglio scorso, giusto per citare un fatto, era stato accompagnato dalla scorta alla "Partita del Cuore" a Bassano del Grappa. Per non parlare degli abbracci pubblici e degli incoraggiamenti che il prete antimafia di Caivano non aveva lesinato, per dargli coraggio e sostegno. Ma l'epica del giornalista minacciato dalla mafia, al momento cede clamorosamente sotto il peso della verità giudiziaria.