Il tema di fondo che il rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia solleva non è solo se la Cina controlli troppe materie prime critiche, ma, anche, se l’Europa sia ancora in grado di costruire una politica industriale capace di coniugare efficienza economica, sicurezza strategica e autonomia tecnologica. L’analisi di Mario Di Giulio
Durante gli incontri tra le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale per definire i nuovi equilibri internazionali, a Winston Churchill, che avrebbe richiamato l’opportunità di tenere conto anche dell’opinione del Papa, viene tradizionalmente attribuita la risposta di Stalin: “Quante divisioni ha il Vaticano?” Al di là della sua effettiva autenticità storica, l’aneddoto sintetizza perfettamente la visione del leader sovietico: il potere coincideva con la forza militare.
La storia ha dimostrato quanto quella concezione fosse incompleta. Le grandi crisi degli ultimi cinquant’anni hanno evidenziato come il controllo delle risorse economiche possa trasformarsi in uno strumento di pressione geopolitica altrettanto efficace delle armi. Lo shock petrolifero degli anni Settanta mostrò come il controllo dell’energia fosse in grado di mettere in difficoltà le economie occidentali. La guerra in Ucraina ha riportato al centro il tema della sicurezza energetica (e alimentare con il caso del grano), mentre l’attuale conflitto e le tensioni in Medio Oriente hanno confermato quanto siano vulnerabili le catene globali di approvvigionamento.








