In Europa non mancano le bacche commestibili. Eppure, c’è una bacca amazzonica che negli ultimi anni ha conquistato l’Occidente. È l’açaí, servita in bowl fotogeniche e venduta come sana, naturale e sostenibile. A patto di chiarirci sul concetto di sostenibilità.
In vent’anni, l’açaí è passata da alimento di sussistenza delle comunità fluviali del Pará a superfood globale. Le bacche crescono in cima a palme alte e sottilissime. A raccoglierle — arrampicandosi a piedi nudi, senza alcuna protezione, a decine di metri d’altezza — sono spesso bambini, i cui corpi leggeri sono i soli a non spezzare i tronchi più giovani. I procuratori del lavoro brasiliani parlano di una grave violazione dei diritti umani nascosta dietro il boom: cadute, fratture, morsi di serpente, bambini che lasciano la scuola per la stagione del raccolto, famiglie pagate pochi dollari a cesta. La domanda americana ed europea di benessere in polvere ha trasformato una pratica di sussistenza in una filiera industriale.
Prima dell’açaí brasiliano, c’è stato (e c’è tuttora) l’anacardo.
Non tutti sanno che è uno dei frutti più ostili da lavorare. Tra i due strati del guscio si annida un liquido che fortemente caustico che, a contatto ripetuto con la pelle, provoca ustioni chimiche e dermatiti. Per questo l’anacardo, a differenza di quasi tutta la frutta secca che consumiamo, non può essere venduto nel guscio: va aperto e sgusciato prima.









