Gran parte di ciò che arriva nel piatto, nel bicchiere o davanti agli occhi del consumatore è stato deciso molto prima e molto lontano. Da un’ape selvatica, da una cellula moltiplicata in un bioreattore, da una concessione idrica, da una linea ferroviaria o da un colorante indicato in etichetta con una sigla. Cinque notizie internazionali raccontano questa settimana gli attori che orientano i consumi senza quasi mai entrare nell’inquadratura.
Si parte dal distretto di Jumla, nel Nepal occidentale, dove il lavoro delle api selvatiche si misura anche nel piatto e nella salute degli abitanti. Uno studio pubblicato su Nature e raccontato dal Guardian ha calcolato che l’impollinazione di frutta, ortaggi e altre colture contribuisce per oltre il venti per cento alla vitamina A, alla vitamina E e ai folati consumati localmente, oltre a generare quasi metà del reddito agricolo.
La biodiversità, da queste parti, non è quindi una questione soltanto ambientale. Quando diminuiscono gli impollinatori, calano i raccolti degli alimenti più nutrienti e ne aumentano i prezzi, proprio nelle comunità che hanno meno possibilità di sostituirli. Le api allevate, avvertono i ricercatori, non riescono a compensare la varietà e l’efficienza di quelle selvatiche. A Jumla, insomma, salute ed economia dipendono anche da lavoratori stagionali che nessuno assume e nessuno può permettersi di perdere.









