Ogni stagione politica ha il suo simbolo. Nella lotta all’obesità, da anni quel simbolo sono le etichette nutrizionali. In Europa torna periodicamente il dibattito sul Nutri-Score, il sistema che assegna agli alimenti una lettera e un colore, dalla A verde alla E rossa, sulla base di un algoritmo nutrizionale. In America Latina, invece, il modello di riferimento è quello dei warning label cileni: grandi ottagoni neri che avvertono il consumatore quando un prodotto supera determinate soglie di zuccheri, sodio, grassi saturi o calorie.
L’obiettivo è nobile e difficilmente contestabile: ridurre obesità, diabete e malattie cardiovascolari orientando i cittadini verso prodotti considerati più salutari. Ma una buona intenzione non basta per fare una buona politica pubblica. Per questo ha suscitato grande attenzione lo studio appena pubblicato su The Lancet, già rilanciato dai media di mezzo mondo come prova dell’efficacia del modello cileno. Per la prima volta, infatti, il lavoro non si limita a osservare cambiamenti negli acquisti o nella riformulazione dei prodotti, ma tenta di collegare la legge a un outcome di salute: una modesta riduzione della probabilità di eccesso di peso nei bambini tra i quattro e i sei anni.







