Un'inchiesta del quotidiano britannico The Guardian rivela che dal 2010 ad oggi sono state intentate ben 235 azioni legali in cinque Paesi per affossare etichette d'avvertimento, tasse sul cibo spazzatura e limiti alla pubblicità
Mentre in pubblico proclamano il proprio impegno a sostegno della salute dei consumatori e della trasparenza alimentare, a porte chiuse le più grandi multinazionali del cibo ultra-processato usano le aule di tribunale per bloccare o rallentare qualsiasi norma che minacci i loro profitti. È quanto svela un’inchiesta esclusiva del Guardian, realizzata in collaborazione con la redazione no-profit Lighthouse Reports, un pool di ricercatori universitari e diverse testate internazionali. Dall’indagine emerge che, tra il 2010 e il 2025, sono state intentate almeno 235 azioni legali contro i governi di Messico, Colombia, Brasile, Stati Uniti e Regno Unito per ostacolare le politiche pubbliche volte a contrastare l’obesità e il consumo di cibo spazzatura.
Le aziende coinvolte: da Coca-Cola a Ferrero
Nonostante molte multinazionali abbiano chiesto ai giudici di secretare la propria identità, la ricerca è riuscita a tracciare la matrice di gran parte dei contenziosi, accertando che tre quarti delle cause sono stati promossi da produttori alimentari o dalle loro associazioni di categoria. In particolare, il 38% dei procedimenti avviati da aziende identificabili fa capo a soli otto grandi gruppi industriali: Coca-Cola, PepsiCo, Mondelēz, Kellogg’s, Danone, Ferrero, Xignux e Heartland Food Products Group.








