Negli ultimi anni il termine "maranza" è diventato un'etichetta mediatica capace di condensare paure, stereotipi e tensioni sociali. Dalle risse nelle stazioni ai video virali sui social fino ai provvedimenti annunciati dal governo Meloni, il fenomeno è stato progressivamente trasformato in un'emergenza di ordine pubblico. Il cosiddetto "ddl anti-maranza" si inserisce proprio in questa cornice: l'idea che il rafforzamento degli strumenti repressivi costituisca la risposta più efficace alla criminalità minorile.
Una risposta che rischia di intervenire quando il problema è già esploso, ignorandone le cause profonde a monte: l'intreccio tra povertà economica, povertà educativa, dispersione scolastica, fragilità familiari, marginalità territoriale e assenza di opportunità. Da questa prospettiva la risposta più adeguata, per uno Stato che non vuole abdicare al proprio ruolo di cura e responsabilità, è investire nel potenziamento di adeguate politiche sociali e accesso equo alle possibilità per i minori e le loro famiglie.
La questione politica è un'altra: qual è la risposta più efficace? Punire di più oppure impedire che quei ragazzi e ragazze arrivino a delinquere?
La criminalità minorile è prima di tutto un indicatore del disagio sociale di un’intera comunità in cui convivono diversi fattori di rischio, quali: povertà familiare, dispersione scolastica, isolamento sociale, assenza di servizi educativi, degrado urbano, carenza di opportunità lavorative, difficoltà psicologiche non intercettate.











