Due aggressioni tra ragazze, prima a Terni e poi a Reggio Emilia. Videodiffusi sui social, rilanciati dai telegiornali, commentati per giorni. È bastato questo per riportare al centro della cronaca una parola che negli ultimi anni è diventata sempre più familiare: maranzine. Un’etichetta che richiama ciglia finte, tute aderenti, musica trap, risse filmate e violenza esibita. Ma la realtà è molto più complessa delle immagini che la raccontano.
«Più che una categoria compatta, quella delle maranzine assomiglia a una galassia» osserva Gabriella Simoni, giornalista televisiva che ha raccontato guerre, conflitti e altre zone d’ombra della società. Dopo aver esplorato il mondo della devianza minorile maschile nel podcast Quei cattivi ragazzi, ha rivolto lo sguardo alle ragazze passate attraverso comunità educative, case protette e circuiti della giustizia minnorile. Nel libro Non solo maranzine (Il Margine-Erickson), ne ricostruisce traiettorie e fragilità attraverso un mosaico di esperienze: ragazze italiane e figlie dell’immigrazione, cresciute nelle periferie come nei grandi centri urbani, alcune approdate alla giustizia minorile, altre fermatesi appena prima di quel confine.
«Molte sono cresciute tra violenza subita o a cui hanno assistito, difficoltà economiche e fragilità familiari; hanno conosciuto la strada molto presto e sono entrate in contatto con la giustizia minorile per furti, rapine, aggressioni o risse». Altre, invece, «di quel mondo hanno adottato soprattutto i codici esteriori: il modo di vestire, di parlare, di stare sui social e di sentirsi parte di un gruppo».







