Le chiamano maranzine, le definiscono la versione femminile dei maranza, quei ragazzi di strada, spavaldi e provocatori, ogni tanto violenti che sono tema di discussione nei consigli comunali di città e piccoli centri perché spaccano sfasciano, picchiano, rubano, spacciano. Le maranzine sono quelle che si vestono in un certo modo, si avvicinano ai ribelli senza patria, che si innamorano, scappano con loro, spariscono nei tunnel della devianza giovanile.Eppure, se gratti via l’etichetta e guardi cosa c’è sotto, trovi altro. «Ora sono tutte maranzine, ai miei tempi ci voleva coraggio a stare con un ragazzo arabo, ti additavano, ti giudicavano, ti guardavano male». Anna è una maranzina di altri tempi, ha avuto una storia a 15 anni con un ragazzo tunisino, quando nessuno voleva mescolarsi con chi arrivava con i barconi. A 17 anni era già incinta della prima figlia. Dopo poco arrivò la seconda.Storia strana quella dei maranza. Un tempo discriminati, poi definiti seconda generazione, un modo per non farli sentire italiani, infine una sorta di oggetto del desiderio, perché più vicini a quello che le ragazzine scambiano per vero amore, con corredi pesanti di gelosia, possesso e comando, ma anche di calore e protezione. Per molte di loro, avere un “maranza” a fianco e diventare maranzina, è un vero e proprio obiettivo.«Adesso c’è la moda del ragazzo di origine araba. Marocchino, tunisino, egiziano, basta che sia un maranza». Anna e le figlie abitano a Quarto Oggiaro, periferia Nord di Milano, lei per seguire quell’amore scappò di casa e cominciò a rubare, le figlie hanno cercato nei ragazzi di origine araba quella metà di loro che arrivava dal padre, sparito nel nulla quando erano piccolissime. La loro casa è la prima tappa del mio viaggio per tratteggiare questo fenomeno sempre più diffuso. «Per queste ragazze avere un fidanzato di origine araba, è come possedere l’ultimo paio di occhiali o di scarpe. Quelli che noi rubiamo perché altrimenti non possiamo averli, a loro invece i genitori comprano tutto quello che desiderano». Una moda che disprezzano. In realtà si tratta di un fenomeno in crescita, non ci sono numeri precisi ma forze dell’ordine e addetti ai lavori rilevano una presenza femminile in strada sempre più aggressiva. «Fingono la rabbia, la ribellione, ma non hanno la minima idea di cosa voglia dire, di come ci si senta a essere italiana e non esserlo considerata. Loro vivono, crescono e vanno a scuola in quartieri dove a me guardano storto».Cerca di dare una spiegazione a questo fenomeno Don Claudio Burgio, fondatore della comunità Kayros, e cappellano del carcere minorile milanese Beccaria. «Queste ragazze sono affascinate dalla figura del bullo, che ora è rappresentato dal ragazzo arabo, ma è anche un modo per ribellarsi alla figura del padre, per uscire dalla propria tradizione».E a fronte della sempre maggiore richiesta le comunità per sole ragazze in Italia sono troppo poche. A Busto Arsizio ce n’è una, il Piccolo Principe, una villa in pieno centro, il lascito di un facoltoso imprenditore alla moglie che lì ha messo in piedi la sua ipotesi di recupero. Nell’enorme cucina arredata con mobili rossi ragazze scappate dalle botte dei genitori, da tradizioni costrittive, da violenze psicologiche e fisiche, si incrociano con le maranzine fermate mentre vagabondavano di notte, sballate, in compagnia dei ragazzi di strada. «Sono le più difficili da conquistare – spiega Patrizia Corbo, fondatrice della comunità – sembra che a loro non importi delle conseguenze, che non siano coscienti della gravità di quello che fanno o che subiscono. Inseguono ragazzi che impongono loro controlli e costrizioni. Spesso hanno famiglie luminose, ma vivono nel buio, non trovano il loro posto in questo mondo perfetto, non vanno a scuola, sono praticamente analfabete».Le famiglie si arrendono, le scuole le allontanano, le comunità non sono sufficienti. E quel male di vivere, se non viene intercettato, diventa violenza. Se non le fermi in tempo, arrivano i reati. Una di loro è seduta al tavolo da pranzo già apparecchiato, bellissima, efebica, mi guarda e basta. Ha chiesto di parlarmi, ma non riesce a dire niente, solo che si innamora ogni sera di uno diverso e che sono quasi sempre egiziani, perché sono «i meglio». Ha 14 anni e gli occhi tristi che non stacca dal cellulare a cui oggi ha diritto per un’ora.Non mancano le droghe nelle notti randagie e, ancora di più, gli psicofarmaci. Le educatrici, troppo poche, combattono ogni giorno sospese tra reazioni sconnesse e stato di incoscienza. Giuliana è una di loro: «Gli psicofarmaci costano meno e per questo hanno invaso il mercato, puoi stravolgerti con 5 euro, ma il vero problema è che la cultura della medicalizzazione è sempre più diffusa, anche nelle istituzioni. Per tenerli buoni, per contenerli». La conferma dell’allarme di Giuliana, da anni impegnata a tirare fuori questi ragazzi dal gorgo della devianza te la dà chiunque incontri nelle piazze. «Prendevo 50, 60 psicofarmaci al giorno, ci bevevo dietro due bottiglie di whisky, spesso quelle bottiglie le spaccavo e diventavano un’arma pericolosissima». Gaia è conosciuta al tribunale dei minori di Milano, ha fatto impazzire educatori e assistenti sociali, ma ora ha deciso di mettere un punto alla sua vita spericolata e lo farà. Lei non solo rivendica di essere stata maranza ma era il capo degli egiziani che gravitavano intorno a stazione Garibaldi. «Io sono stata maranza, non maranzina». Inizia così il nostro incontro. Ci conosciamo bene e va dritta al punto. Per lei non ci sono dubbi, maranzina è sinonimo di ragazza al seguito, di chi è qualcosa perché sta con qualcuno. Quello che più le fa rabbia è il tentativo di appropriarsi di un dolore e una rabbia che non può appartenere a chi è nato qua.«Fanno cose a caso tanto per sentirsi parte di una vita balorda che non possono immaginare. Non hanno idea di cosa sia la nostra sofferenza». Fatima è un’altra che non si fa comandare, per lei maranzina è un diminutivo, un vezzeggiativo che niente ha a che fare con la sua vita. «La maranza non è qualcuno perché sta al fianco di uno “sbarcato” e per essere credibile non deve avere relazioni con nessun ragazzo che faccia parte di un gruppo. E soprattutto deve essere all’altezza. Nessuna differenza con i maschi. C’è una rissa, si fa la rissa, le prendi, le dai».Gaia e Fatima conoscono bene ogni sfumatura di quel mondo che si sono appena lasciate alle spalle. Una ha vissuto da quando aveva 13 anni in Ipm (Istituto di pena minorile) e comunità. Ora ne ha 18: «Ho buttato la mia adolescenza. Sono stata libera solo nei mesi di latitanza. Poi solo carcere tribunali e messe alla prova». L’altra ha sentito il fascino della “street” come la chiama lei, della vita di strada, del potere di chi fa paura. «Mi sentivo potente, mi guardavano e mi tenevano a distanza, ma non si può per sempre facendo paura agli altri». Entrambe hanno sofferto, entrambe hanno reagito, entrambe si sono fatte male perché, come dice ancora Don Burgio, avviandosi verso il cancello del Beccaria, «l’esercito di adolescenti maschi fuori controllo esplode e sfascia tutto, le ragazze invece prima che degli altri danneggiano sé stesse».