C’è l’ex teppista con gli occhi da cerbiatta che scippava i vecchi, la 15enne che andava ai rave “a spaccarmi a merda”, le ragazzine peruviane e cinesi picchiate a sangue da papà e mamma, la tatuata figlia del boss ucciso dal tossico che esplode di rabbia tirando bottigliate in testa a un nemico. “Ognuna di loro mi ha spaccato in due”. Gabriella Simoni, giornalista che ha spesso guardato in faccia la violenza e il male, tra frontiere in fiamme e conflitti di guerra ribollenti morti e disperazione, non ci gira troppo attorno. Nel suo Non solo maranzine (Il Margine) i ritratti sbozzati, vividi, di undici ragazze e ragazzine, ospitate e forse rinate in una comunità di recupero italiana, hanno quell’inusitata prepotenza di una quotidianità marginale spesso nascosta, taciuta, evitata, ma fisicamente e geograficamente prossima ad ognuno di noi.

Tra i meandri della ricostruzione di una vita, di un’educazione scolastica minima, nei tentativi di recupero di esistenze che parevano bruciate e perdute, del resto, non ci sono solo maschi. E Simoni queste oltraggiose e oltraggiate figure liminali femminili le racconta una per una, capitolo dopo capitolo, smontando il pregiudizio facile, “di quelli che trasformano vite complesse in etichette utili solo a costruire consenso o indignazione”. “Le ragazze di questo libro non chiedono di essere assolte, né idealizzate”, spiega nelle prime pagine del libro l’autrice. “Chiedono qualcosa di più difficile: essere viste nelle loro difficoltà, nella loro unicità”.