Pubblicato il: 26/07/2026 – 20:51

di Chiara Penna*

Il DDL “anti-maranza” interviene in modo profondo sulla responsabilità penale minorile, modificando l’art. 98 c.p. e il processo penale per i minorenni. In particolare introduce una presunzione di imputabilità per i minori tra i 14 e i 18 anni e sposta sempre più sulla difesa l’onere di dimostrare l’eventuale incapacità di intendere e di volere, riducendo la centralità dell’accertamento d’ufficio e della valutazione della personalità, della maturità e del contesto di vita del ragazzo.Si tratta di un cambio di paradigma: si restringe lo spazio della valutazione individuale, che rappresenta uno dei cardini della giustizia minorile, e si rafforza una logica che tende ad avvicinare il trattamento dei minori a quello degli adulti, con possibili ricadute anche sul ricorso alle misure cautelari e alla detenzione.Un minore, però, banalmente, non è un adulto.Proprio perché l’immaturità è la condizione fisiologica dell’età evolutiva, è difficile comprendere la scelta di invertire la presunzione, trattando come regola ciò che, per definizione, richiede invece un accertamento individuale.Se davvero si ritiene che un quindicenne sia presuntivamente assimilabile a un adulto sul piano della responsabilità penale, allora la coerenza imporrebbe di considerarlo tale anche negli altri ambiti della vita.Eppure il nostro ordinamento continua, giustamente, a negargli la piena capacità di agire proprio perché riconosce che non ha ancora raggiunto la maturità dell’adulto.