Dopo che a Pianosa sono stati eradicati i ratti grazie a RESTO CON LIFE “Island conservation in Tuscany, restoring habitat not only for birds”, un progetto Life Natura cofinanziato dalla Commissione europea e che vedeva il Parco Nazionale Arcipelago Toscano come beneficiario coordinatore, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, il Dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze e l’Ufficio Territoriale per la Biodiversità dell’Arma dei Carabinieri come beneficiari associati, si sta valutando quale sia la diminuzione dell’infestazione di zecche (dovuta probabilmente in parte anche alla passata presenza sull’isola di animali da allevamento al tempo del carcere). Le zecche hanno rappresentato spesso un incubo per una parte dei turisti che visitano Pianosa e negli anni passati sono state utilizzate politicamente anche per dimostrare che il Parco Nazionale non era in grado di affrontare il problema. Eppure chi oggi propone e sostiene l’idea di portare esemplari di cinta senese a Pianosa (e che spesso sono gli stessi che in passato criticavano il Parco per le zecche) non sembra dare nessuna importanza al fatto che i suini Sus scrofa (cioè cinghiali, maiali e cinte senesi) sono ospiti perfetti per le temutissime zecche. Anche se i ratti non sembrano essere il loro bersaglio preferito (le zecche sembrano preferire gli uccelli migratori), l’eradicazione dei ratti da Pianosa ha probabilmente ridotto le possibilità per le zecche, ma una cinta senese vale 100 ratti. A Pianosa sembrano presenti anche zecche Hyalomma, verosimilmente H. marginatum e, come si legge nelle stesse indicazioni date dal Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano a chi visita Pianosa, «Gli adulti (attivi perlopiù in primavera, evitano la stagione calda) parassitano grandi mammiferi ungulati, che ricercano attivamente: l'uomo non sembra essere ospite preferenziale» Secondo lo studio “Ticks on wild boar in the metropolitan area of Barcelona (Spain) are infected with spotted fever group rickettsiae”, pubblicato nel luglio 2021 su Transboundary and Emegerging Diseases da un team di ricercatori dell’Universitat Autònoma de Barcelona e dell’University of Salford, su 438 cinghiali analizzati nell'area metropolitana di Barcellona, il 59,6% era infestato da zecche . Gli animali infestati avevano in media 8,6 zecche, con un intervallo da 1 a 70 zecche per individuo. Un precedente studio, “Ixodid ticks parasitizing Iberian red deer (Cervus elaphus hispanicus) and European wild boar (Sus scrofa) from Spain: geographical and temporal distribution”, pubblicato su Veterinary Parasitology già nell’agosto 2006 da un team di ricercatori dell’Instituto de Investigación en Recursos Cinegéticos IREC (CSIC-UCLM-JCCM) e realizzato in diverse regioni della Spagna, aveva analizzato 142 cinghiali, scoprendo che l’intensità media era di 13,6 zecche per animale infestato, ma con notevoli differenze tra aree e periodi dell’anno.Gli studi ecologici dimostrano che il numero di zecche segue una distribuzione molto aggregata: la maggior parte dei cinghiali ne porta poche, ma una piccola percentuale ospita infestazioni eccezionalmente elevate. In ambienti mediterranei ricchi di zecche Hyalomma e Rhipicephalus, non è raro osservare diverse decine di zecche su un solo cinghiale, e durante i picchi stagionali si possono superare 100–200 zecche su un singolo animale.Per confronto: la media tipica è di 5–15 zecche/cinghiale; con infestazioni elevate si arriva a 50–100 15 zecche/cinghiale; in casi eccezionali: oltre 100, fino a qualche centinaio di zecche/cinghiale.E va anche evidenziato che questi valori riguardano quasi sempre le zecche adulte visibili, raccolte durante l’esame della carcassa di un cinghiale. Se si considerassero anche larve e ninfe, il numero totale potrebbe essere ancora maggiore. Le zecche del genere Hyalomma (quello presente a Pianosa) se ben alimentate di sangue producono da 4.000 a 7.000 uova e con l’importazione della cinta senese imbastiremmo alle zecche un banchetto per fare grosse scorpacciate e riprodursi…E non regge nemmeno l’ipotesi che le cinte senesi a Pianosa non entrerebbero in contatto con le zecche perché verranno allevate in una spedie di “Arca di Noè” al chiuso, impenetrabile, come fossero maiali di un qualsiasi allevamento industriale. Infatti, così non potrebbero essere più definite “cinte senesi”: la “Modifica del disciplinare di produzione della denominazione «Cinta senese» registrata in qualità di denominazione di origine protetta in forza del regolamento (UE) n. 217 del 13 marzo 2012 il disciplinare della cinta senese”, pubblicata l’8 aprile 2020 sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, si legge: “Il legame tra la D.O.P. «Cinta Senese» e la zona geografica delimitata si giustifica proprio in merito al tipo di allevamento e di alimentazione che caratterizza la razza Cinta Senese. La culla di origine è la zona di Montemaggio e successivamente tale razza si è diffusa nel Chianti e in tutta la Toscana. In tale zona vi sono boschi misti, ricchi di specie quercine idonee alla produzione della ghiande e/o terreni seminativi marginali. esti pascoli, spesso poveri e argillosi. sono usualmente coltivati a foraggere da pascolo. quali e argillosi, sono usualmente coltivati a foraggere da pascolo, quali lupinella, ginestrino, trifoglio, ecc. e sono tutti tipici dell'ambiente geo-pedo-climatico toscano. La razza Cinta Senese è allevata in questa area proprio per sfruttare gli appezzamenti boschivi, in genere cedui di latifoglie con prevalenza di specie quercine e macchia mediterranea. L'ambiente cosi difficile e l'uso quasi esclusivamente di risorse alimentari spontanee, ha selezionato nel tempo, suini in possesso di caratteristiche di ruralità, frugalità, adattamento all'ambiente e resistenza alle malattie che non trovano riscontri nelle altre razze suine comunemente allevate. Nel corso dei secoli, infatti, tale razza si è ben adattata all'allevamento anche nelle zone appenniniche della Toscana e, soprattutto, in tutti gli appezzamenti di seminativi e pascolativi «poveri. In pratica I'allevamento consiste nel «рascolamento» degli animali, utilizzando le risorse del territorio, fornite dai boschi e dai terreni sopra descritti, per poi ricoverarli la notte”.Quindi, secondo il protocollo del DOP della Cinta, Senese quelle allevate a Pianosa non sarebbero più vere Cinte senesi, perché a Pianosa non ci sarebbero né l’habitat boschivo né le risorse alimentari spontanee che caratterizzano il suo allevamento allo stato brado e semibrado (quindi non in una maialaia chiusa, come dicono i sostenitori di questo progetto strampalato). E poi, cosa mangerebbero le cinte senesi a Pianosa per rispettare questo rigido protocollo del DOP?Per restare vere cinte senesi dovrebbero restare all’aperto, ma l’allevamento allo stato brado di un animale alloctono – oltre che cozzare con le norme del Parco Nazionale e tre direttive e leggi europee - trasformerebbe le Cinte senesi pianosine in una calamita per le zecche e in una vera nursery ambulante per le loro larve e ninfe. Più la si analizza, più la si guarda dalle sue diverse sfaccettature e conseguenze, e più questa idea di portare le cinte senesi a Pianosa sembra impossibile da realizzare e dannosa, anche per le stesse cinte senesi che si vorrebbe salvare dalla peste suina.