L'Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna ha approvato la legge regionale sul suicidio medicalmente assistito. In questi mesi ho ascoltato persone con convinzioni profondamente diverse, tutte animate da motivazioni sincere: chi considera la tutela della vita un valore assoluto e indisponibile; chi ritiene che, in condizioni estreme e rigorosamente definite, anche il rispetto della dignità e dell'autodeterminazione della persona debba trovare riconoscimento; chi ritiene che gli spazi di libera scelta dovrebbero essere ancora più ampi.

Ho ascoltato credenti e non credenti, medici, giuristi, operatori sanitari, associazioni, familiari, pazienti, cittadini. E mi sono reso conto che, su un tema come questo, il dolore e la coscienza personale vengono prima delle appartenenze. L'evoluzione medica e scientifica renderà ogni giorno questo dibattito più importante e significativo: la si può pensare diversamente, ma non si può far finta che il tema non esista o che sia marginale.

Per questo desidero rivolgermi a tutti e tutte con lo stesso rispetto, indipendentemente dall'opinione che ciascuno si è formato. Nel dibattito in Assemblea legislativa ho provato un sentimento raro: l'orgoglio di appartenere a un'istituzione capace di confrontarsi con profondità, serietà e umanità. Le posizioni sono rimaste differenti, come è forse giusto che sia, ma nella grande maggioranza dei casi il confronto è stato improntato all'ascolto reciproco e alla consapevolezza della delicatezza della materia. All'inizio di questo percorso avevo espresso l'auspicio che la legge potesse essere approvata all'unanimità. Col tempo ho compreso che quell'unanimità non avrebbe rappresentato fedelmente la pluralità della nostra comunità. L'Emilia-Romagna è una terra ricca di sensibilità diverse, e credo che anche questa diversità, quando si esprime con rispetto, sia un valore democratico da custodire.