Si torna a discutere, e con grande intensità, di fine vita in Emilia-Romagna. È all’esame dell’Assemblea legislativa una proposta di legge che punta a definire tempi e procedure per il suicidio medicalmente assistito. Un tema complesso, doloroso, che divide. Eppure, in questa rincorsa legislativa, c’è un dato che merita di essere messo a fuoco: in regione esiste già un percorso amministrativo, un iter certo seppur complesso, a cui hanno fatto ricorso, in oltre due anni, sapete quante persone? Neanche venti.
Sedici.
Pochissime. E i casi effettivamente completati (che hanno portato cioè alla morte del paziente, come da richiesta) si contano sulle dita di una mano: 3. Una di queste persone 16 persone ha anche cambiato idea durante il cammino, altre sono scomparse prima dell’ok della commissione, altre ancora non avevano i requisiti.
Mi colpisce questa ossessione, questa quasi disperata ricerca del ‘diritto a morire’ che finisce per assorbire tempo, energie e risorse di tante persone.
Proviamo, per una volta, a capovolgere il punto di vista.







