Antonio Picasso

Powered by

Poteva andare peggio. È il Leitmotiv che ha percorso gli operatori finanziari in chiusura di una settimana che ha visto, in sequenza, la ripresa a tutti gli effetti della guerra Iran-Usa, la prima lenta apertura di un secondo fronte di crisi – Bab el-Mandeb – e la nuova fiammata di dazi. Una tempesta perfetta che, senza gli anticorpi di cui i mercati si stanno attrezzando, oggi racconteremmo in maniera differente. Le perdite ci sono, infatti. Ma non della portata prevista mesi fa. Ieri il calo maggiore è stato registrato sulle piazze asiatiche. A Tokyo il Nikkei 225 è andato sotto del 2,73%. Quella del Giappone è la chiusura più lontana dall’apertura di New York. Quindi, non sapendo cosa sarebbe successo a Wall Street – e non è successo nulla – hanno preferito cautelarsi. Incertezza. Di più, l’industria dell’Estremo oriente è quella che paga il costo maggiore della stretta di Hormuz. Per la Cina, e per i suoi competitor locali, peraltro alleati degli Usa, dallo stallo bisogna uscire a tempi di record. Calma piatta in Europa. Milano ha segnato un +0,8%. Le altre non hanno fatto di meglio. Rallentata anche la corsa del petrolio. Il prezzo del Brent è sceso dell’1,01% a 99,68 dollari al barile, il Wti dello 0,99% a 91,20 dollari al barile. Stabile infine il gas, 62,5 €/MWh, al Ttf di Amsterdam. È sempre così. Prossimi al fine settimana, durante il quale ci si può aspettare di tutto, gli operatori restano cauti.